De Pasquale, il pm-bulldozer che vuole azzannare il Cav

Milano «Il problema di Fabio De Pasquale - racconta chi conosce bene il pubblico ministero del caso Mills - è che è messinese. E, come spesso capita ai messinesi, ha un ego molto sviluppato». Non sia considerato irriverente: le cose stanno davvero così, nel senso che il grande accusatore di Silvio Berlusconi ha un’ottima considerazione di se stesso. E c’è da scommettere che questa considerazione non lo abbandonerà neanche di fronte alla sentenza della Cassazione che - la si giri come la si giri - costituisce una netta sconfitta nel più delicato dei suoi processi. Anzi, a ben vedere, nell’unico grande processo che Fabio De Pasquale conduce da anni, e di cui le varie numerazioni, stralci e reincarnazioni costituiscono solo le tessere: il processo a Silvio Berlusconi.
Ovviamente, a De Pasquale non sfuggono le conseguenze che la sentenza di oggi rischia di avere. Con l’uscita di scena di David Mills, la Cassazione mette una mina sotto la linea di galleggiamento anche del processo-gemello a Berlusconi, che riprenderà domani mattina ma che ben difficilmente potrà mai approdare ad una sentenza definitiva. La Cassazione dice che De Pasquale ha sbagliato a calcolare la prescrizione, e che tutta la complessa vicenda dei soldi arrivati all’avvocato Mills è ormai destinata a essere inghiottita dal tempo. Ed è, malauguratamente, una sentenza delle Sezioni unite della Cassazione, e cioè dell’unico collegio giudicante cui nel nostro ordinamento viene riconosciuto - se non l’infallibilità - quanto meno di parlare ex cathedra. Un altro magistrato, probabilmente, vivrebbe questa decisione come una dolorosa sconfessione del proprio operato. Ma c’è da giurare che secondo Fabio De Pasquale, se De Pasquale dice una cosa e le Sezioni unite un’altra, ha sicuramente ragione De Pasquale.
Se non avesse questa ferrea fiducia in se stesso, d’altronde, il cinquantatreenne pm siciliano avrebbe avuto in passato più di un motivo di lasciarsi prendere dai dubbi. Come quando Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, di cui aveva chiesto e ottenuto l’arresto, si soffocò a San Vittore lasciando una lettera straziante. O quando tenne fermo sul tavolo un rapporto dei carabinieri che indicava un semilibero come responsabile di un delitto, con il risultato che prima di essere arrestato il tizio fece in tempo ad ammazzare altre due donne. O quando il processo faticosamente costruito a carico di Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, si inabissò contro un’assoluzione con formula piena.
Anche nei rapporti con i suoi colleghi magistrati De Pasquale dimostra di considerarsi del tutto autosufficiente. Con Di Pietro, che aveva pensato di arruolarlo nel pool, si scontrò praticamente subito. Con Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, quando indagavano sui giudici corrotti della capitale, fece in tempo a condurre solo una rogatoria. Persino con Alfredo Robledo, il collega che ha seguito insieme a lui i processi del fronte Mediaset, noto per la pazienza partenopea, è riuscito a scontrarsi, quando si incaponì per indagare anche Marina e Piersilvio Berlusconi. Robledo non era d’accordo, e davanti all’ostinazione di De Pasquale si limitò a mollare l’inchiesta. Poi i due figli del Cavaliere vennero prosciolti.
Adesso, De Pasquale fa tutto da solo. Indaga, scrive, interroga, sostiene l’accusa in aula. Un bulldozer. Come unico indizio della necessità di procurarsi una corazza si potrebbero leggere i baffoni messicani che si è fatto spuntare ultimamente, e che gli sono costati lo sfottò di qualche avvocato, caduto (ovviamente) nel nulla. Le sconfitte continuano a scivolargli addosso, come su una specie di Teflon: come due settimane fa, quando invece dei cinque anni di carcere che aveva chiesti per il deputato Massimo Maria Berruti il tribunale pronunciò una sentenza di proscioglimento.
Certo, la sentenza di ieri della Cassazione dice che corruzione vi fu. E d’altronde era difficile aggirare il peso della torrenziale confessione resa dallo stesso Mills davanti a De Pasquale e Robledo, una domenica di luglio del 2004. A De Pasquale - anche di questo si può stare certi - questo riconoscimento è più che sufficiente per continuare a sentirsi dalla parte della ragione. E a non perdersi d’animo, in vista dei processi ancora aperti a carico del suo eterno imputato Silvio Berlusconi.