DE PISIS L’immensità di tutto ciò che è piccolo

Non si spegne, in Italia, l’interesse per Filippo De Pisis (Ferrara 1896 - Milano 1956), uno dei grandi lirici del nostro secolo. La precisazione «in Italia» purtroppo non è superflua, e va letta idealmente con un seguito di punti esclamativi. Sì, perché spiace che un artista della sua grandezza sia conosciuto solo da noi, mentre sia così poco apprezzato all’estero, soprattutto in Francia, dove ha vissuto dal 1925 al 1940, e dove però lo considerano ancora un epigono dell’impressionismo. Il che, metodologicamente, è come dire che zucchero e sale sono la stessa cosa perché a prima vista si assomigliano.
Ma accontentiamoci, per il momento, degli omaggi che gli tributa il nostro Paese. L’ultimo dei quali è la mostra «De Pisis a Ferrara», che è anche l’occasione per raccogliere e catalogare le opere del Museo «Filippo De Pisis», sempre di Ferrara, di cui viene pubblicato il catalogo generale (con interessanti testi di Fabrizio D’Amico, della curatrice Maria Luisa Pacelli, di Barbara Guidi, e varie testimonianze, tra cui quella di Franca Fenga, storica collezionista triestina dell’artista, insieme col marito Manlio Malabotta, nonché donatrice di tutta la sua raccolta al museo).
Sono esposti in mostra, tra l’altro, alcuni capolavori, come Le cipolle di Socrate del 1927, Pesci nel paesaggio di Pomposa sempre del 1927, Pesci marci del 1928, Il gladiolo fulminato del 1930, oltre a un importante nucleo di disegni. Mai come nel caso di De Pisis, però, la segnalazione dei soggetti è superflua. La sua arte ha un solo tema. Ragazzi, nature morte, paesaggi sono le maschere, o le apparenze mutevoli, di un’unica, incessante meditatio vitae, che poi è una meditatio mortis. L’opera depisisiana, infatti, sfugge alle categorie della storia dell’arte, perché il nome che più le si addice, l’«ismo» meno inadeguato, è quello di esistenzialismo. Dove per esistenzialismo non si intende la cupa e materialista filosofia di Sartre, ma una domanda commossa, la stessa che i poeti lirici di tutti i tempi si sono posti, sull’esistenza troppo breve delle cose.
Per dar conto della sua pittura, insomma, più che di impressionismo, magari attardato, o più che di espressionismo lirico, che pure è una definizione accettabile, bisognerebbe parlare di una riflessione su quel «paradiso provvisorio», come lui stesso diceva, che ogni forma di bellezza costituisce. In questo senso nelle sue opere un giovane, un fiore, un frutto hanno lo stesso significato: sono attimi fuggenti, a cui l’artista intima goethianamente il suo «Fermati! Sei bello», sapendo già in anticipo che non sarà esaudito. Gladioli, mele, case, piazze, formano la stessa metafora: sono luci momentanee, destinate a spegnersi. Tra un corpo e un volto, tra una natura morta metafisica e una lepre ferita la differenza è solo esteriore. In tutte le cose l’artista scorge la forza e insieme la fragilità della seduzione. E le esprime con quel suo disegno interrotto, intriso di vuoto: con quella sua stenografia incerta, illuminata dal colore, eppure talmente lieve da rivelare tutta la sua illusorietà.
Quando De Pisis, nelle nature morte metafisiche, disegna pesci, uccelli, frutti o oggetti giganteschi sullo sfondo del mare (Natura morta con la frutta e il bicchiere, 1927; Natura morta marina con conchiglia, 1932; Natura morta con agli, 1930) vuole testimoniare che l’infinito è già racchiuso in ogni piccola forma di vita. Scrive lui stesso: «Non si tratta semplicemente di conchiglie, di frutti, di oggetti in riva al mare. Il mare talora entra come puro elemento lirico... le piccole cappe sventrate si riallacciano, nel loro palpito ignoto, al respiro universale, al suo mistero». Lo sguardo si china, affettuoso e accorato, su cose trascurabili: una mela, il guscio di una cozza, un mazzo di agli. Vuole coglierne tutta la bellezza: ma in fretta, prima che si consumi. E in quel tempo breve (Attimo si intitolano molte poesie di De Pisis, che amava anche scrivere) consiste tutta la drammaticità di un’arte apparentemente serena, in realtà capace di coniugare profondità ed epidermicità, filosofia e sentimento in una gioiosa malinconia.
L’attimo di De Pisis non è quello scientifico e atmosferico degli impressionisti: è un’unità di tempo filosofica, di chi ha capito che qualunque durata è un’illusione. La sua metafisica, però, è diversa da quella razionale e mentale di De Chirico, perché nasce e si approfondisce attraverso i sentimenti. Le triglie sulla carta di giornale, i fiori di campo, i ragazzi dalla bellezza ermafrodita sono visti sempre con l’ansioso amore di chi sa (non perché lo ha letto sui libri, ma perché lo sente) che avranno poca vita. Ma a questa consapevolezza, per così dire religiosa, l’artista ne affianca un’altra, laica e aristotelica, che la civiltà veneta e ferrarese in cui si è formato gli suggeriscono: la consapevolezza, anch’essa tattile e non speculativa, della sensualità, anzi dello splendore, della natura. Non c’è cosa, per quanto piccola, che non riempia di meraviglia. Come la bacca rossa dell’apologo zen, che riesce ad affascinare anche chi sta precipitando nel vuoto.
LA MOSTRA
De Pisis a Ferrara

Ferrara, Palazzo dei Diamanti.

Fino al 4 giugno.