De Pisis: la raffinata pittura di un artista letterato

La sua luminosa pennellata non fu spenta nemmeno dalla malattia

La mostra di Filippo De Pisis, visibile fino al 3 luglio alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, ha il merito di proporci, con il suo centinaio di dipinti e con la sua quarantina di disegni e di opere su carta, un’antologia completa della sua arte. Si parte, infatti, dalla prima opera, Natura morta occidentale del 1919, per giungere a una delle ultime, Natura morta con la penna del 1953. Curata da Pier Giovanni Castagnoli e Corrado Levi, ma anche da Elena Pontiggia per i disegni e le opere su carta, è una rassegna utilissima per cogliere l’evoluzione di De Pisis e i risultati più alti.
De Pisis è artista assai più complesso di quanto appare agli occhi del pubblico, che ammira la sua sensualità pittorica, la sua gioia dei colori, la sua luce che rimanda a Balla ma che pure è tutta sua. Tuttavia, De Pisis non è solo in questa pennellata, che ha la morbidezza e il tono dell’amatissimo Francesco Guardi, il grande pittore veneziano del Settecento. Egli è scrittore raffinato, poeta, critico, attento a ciò che avviene nella letteratura, oltre che nella pittura. È amico di Palazzeschi, Saba, Moretti, frequenta Tristan Tzara, Apollinaire, Joyce, Svevo, Cocteau.
Eppure la sua pittura, che si nutre di letteratura, nasce soprattutto dalle sue esperienze di vita. Elena Pontiggia sottolinea giustamente, nel catalogo, come l’arte di De Pisis si sottragga a catalogazioni e che «il nome che più le si addice, l’ismo che è meno inadeguato, è quello di Esistenzialismo (...) Ragazzi, nature morte, paesaggi, figure sono le maschere, o le apparenze mutevoli, di un’unica, incessante meditatio vitae». La sua pittura nasce, peraltro, sotto l’influenza della Metafisica di De Chirico e Savinio, senza però che De Pisis ignori le suggestioni futuriste di Balla, Soffici e Prampolini.
D’altra parte, quando nel 1924 affronta l’avventura di Parigi, è De Chirico a introdurlo nei salotti che contano e soprattutto a fargli conoscere i più importanti galleristi. Capolavori come Natura morta marina con l’aragosta, Le dindon pendu, La grande conchiglia, Testa di negro, I pesci marci, Il gladiolo fulminato, Nature morte au faisan, nascono nel clima culturale di Parigi. De Pisis inventa una pittura tutta sua, in cui supera gli echi tardo-impressionisti, le suggestioni metafisiche e le citazioni futuriste. La sua pennellata è sciolta, fresca, immediata, frutto di una concezione della vita e insieme di un’arte attenta a non intellettualizzarsi.
De Pisis ritorna in Italia negli anni Quaranta con una fisionomia precisa ma, dopo lo scoppiare della malattia psichiatrica, è in grado ancora di darci delle sorprese, con i suoi quadri e i suoi disegni giocati tutti sul grigio e sul nero, illuminati talvolta da riflessi di un raffinato azzurro marino.