De Rossi, due gol e un autogol: quella dedica alla malavita

Le mogli si scelgono, i loro parenti no. Può però succedere che risultino graditi. Persino amati. È evidente, quanto meno è augurabile, che Daniele De Rossi abbia voluto dedicare pubblicamente la sua grande serata azzurra all'uomo, al defunto, al papà di sua moglie. «Gli volevamo tutti bene», ha spiegato con ciglio umido. Una mozione degli affetti, direbbero i romantici. Il problema è che tutti gli altri italiani faticano a dissociare la figura dell'uomo, del defunto, del caro suocero, dallo spietato criminale che sotto l'occhio delle telecamere di una banca teneva una povera donna con il coltello alla gola, durante l'ennesima rapina.
Con queste immagini sotto gli occhi, con tutti i simpatici resoconti sulle attività del suocero, su come si guadagnava da vivere e sull'umanità che frequentava, la dedica dell'altra sera diventa decisamente un caso particolare. Senza scomodare toni apocalittici da giudizio universale, vogliamo definirla semplicemente imbarazzante? Qualcosa di più: sgradevole. O tutte e due le cose: imbarazzante e sgradevole. Basti pensare soltanto a quello che succederà fuori dall'Italia non appena si accorgeranno chi era il destinatario dell'amorevole dedica: già non vedono l'ora di spendere parole edificanti sulla nostra moralità, questa ha tutta l'aria di una bella bistecca lanciata in un pullulare di squali.
A De Rossi, sin dall'inizio dell'incredibile vicenda famigliare, va dato atto di non aver mai fatto quello che finge di non conoscere. All'italiana. Chi, quello? Lo conosco appena. È mio suocero, ma praticamente non l'ho mai frequentato... No, De Rossi ci ha messo la faccia e non ha rinnegato la parentela. Detto questo, bisogna subito aggiungere che poteva fermarsi lì, tenendo dentro i rispettabilissimi sentimenti privati. Meglio: doveva. Per semplicissimo senso di opportunità. Se non voleva farlo per spirito di servizio, poteva farlo almeno per pietà nei confronti di quella donna terrorizzata dall'amato suocero.
Non bisogna però esagerare nel farne una colpa al giocatore. Che non abbia colto il senso di opportunità è solo una delle tante, naturalissime conseguenze dei pittoreschi costumi in quella zona franca di cui si è parlato nell'ultimo periodo, riferendoci alle deviazioni del calcio. Sì, prima ancora di Sacchi, la vera zona rigorosamente osservata e applicata dall'Italia è questa fuori dal campo, dove mentalità, linguaggi, atteggiamenti sono completamente diversi rispetto alla normalità. La dedica al suocero gangster non provoca alcun rossore a De Rossi perché De Rossi è abituato da sempre a dire qualunque cosa, anche la prima che passa per la testa, senza la minima preoccupazione degli effetti, perché immancabilmente ha davanti una moltitudine di tifosi adoranti e una pletora di cronisti a dir poco servili. I tifosi applaudono e urlano «grande!!», i cronisti riportano tutto come parole evangeliche. Per dire: sull'uscita dell'altra sera si sono lette cose gustosissime e acrobatiche, del tipo «la difficile dedica di De Rossi». Difficile??? A lui è risultata facilissima. Sei tu, amico e collega, che se la trovi «difficile» devi quanto meno rilevarne l'incongruenza e il peso. O hai paura che poi De Rossi non ti conceda più le sue decisive interviste?
Sono le magie della zona franca. In questa zona i De Rossi crescono come idoli di borgata e si convincono - perché li convincono - che tutte le loro gesta sono comunque epiche, sputi e gomitate compresi. Non esiste più il problema di come parlare e di come atteggiarsi, di cosa dire e cosa fare: qualunque cosa è perfetta e mitica, perché creata dal loro talento inarrivabile. Possono permettersi tutto, nessuno chiederà mai conto. Anche quando sgomitano e sputano, hanno sempre dietro - come minimo - tre quarti di platea prontissima a concedere attenuanti, comprensione, distinguo, ma-se-però. C'è da giurare che anche questa volta radio e televisioni private arriveranno in soccorso con il loro tam-tam militante, al poetico grido «Ragà, De Rossi ce mette sempre er core».
Va bene così, allora. Ci comunicano ufficialmente dalla zona franca che la vittoria dell'altra sera è dedicata a un signore della malavita romana. Lippi ha tentato di dedicarla agli infortunati, i Gattuso e i Gamberini, ma può mettersi tranquillo: la dedica di De Rossi, vero eroe della serata, scavalca la sua e fa cassazione. Bando alle smorfie. Ci spiegheranno i tifosi che chi prova del disagio è solo un patetico bacchettone. Non c'è niente di sgradevole e di imbarazzante: ognuno ha i suoi caduti da onorare. Per molti di loro, quel suocero resterà per sempre un eroe.