DE SADE «Con leggerezza spio il primo amore di una nobildonna»

Esce venerdì la pellicola di Grimaldi tratta da un testo del famoso marchese

Michele Anselmi

da Roma

«Il sesso? Ce n'è tanto. Con buona pace di una certa morale cattolica, i personaggi della storia lo considerano pratica naturale, bella, piacevole, emozionante. Fanno l'amore con trasporto, senza vergogna, respingendo ogni idea di peccato». Parola di Tinto Brass? No. Di Aurelio Grimaldi. Il quale, a tredici anni dal debutto con La discesa di Aclà a Floristella, dopo aver realizzato una decina di film a basso costo (sola eccezione Il macellaio con la desnuda Alba Parietti) e fatto imbestialire i pasoliniani doc col suo Nerolio, s'è scoperto estimatore del marchese De Sade. «Per Pasolini era un maestro, un filosofo-scrittore fondamentale. A me, che l’ho letto a partire dal 1999, appare un intellettuale psichiatricamente piuttosto labile. Ma c'è qualcosa di grande nel suo linguaggio spietato ed estremo, nelle sue teorie ateistiche e antireligiose, nel suo tragico destino. Oggi sono un sadiano convinto. Non sadico, però».
Il risultato del tardivo amore si chiama L'educazione sentimentale di Eugénie, un film di 84 minuti tratto da La filosofia nel boudoir del divino marchese, con una spruzzatina di Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos. Film licenzioso e libertino, naturalmente: in abiti settecenteschi, benché - dato l'argomento - i cinque gaudenti in scena si ritrovino volentieri come mamma li fece, pronti a godere del proprio e degli altrui corpi. Del resto, nel prologo una voce fuori campo non recita forse: «Uomini e donne frementi di passione, quest'opera è riservata a voi?»
Girato in digitale nel sontuoso Palazzo Rosso di Genova, tra drappi e alcove, L'educazione sentimentale di Eugénie sfodera una curiosa carta d'identità: undici (11) giorni di riprese in tutto, interpreti esordienti (Sara Sartini, Antonella Salvucci, Valerio Tambone, Cristian Stelluti, Salvatore Lizzio, l'unica nota è Guia Jelo), un budget poco superiore ai 200mila euro. Possibile? A quanto pare sì. Il produttore Ugo Tucci ha fatto le cose in piccolo. Eppure vedendo il film, povero ma non misero, quasi non te ne accorgi. Deve averlo pensato anche Valerio De Paolis, titolare della prestigiosa Bim (la casa che distribuì Viaggio a Kandahar e Fahrenheit 9/11), di solito restìo a puntare su titoli italiani. Per Grimaldi ha fatto un'eccezione, e infatti il film uscirà venerdì in una cinquantina di copie.
Sorride il regista: «Stavolta non potrò fare la vittima. Ho una distribuzione vera. Saremo in tutte le grandi città. Se andrà male, significa che il pubblico proprio non l'ha voluto vedere». Intanto l'hanno venduto in cinque paesi, tra i quali Cina e Corea, l'home video è assicurato e chissà che la commissione di censura non si mostri generosa, impartendo solo un divieto ai minori di 14 anni. «In una stagione disastrosa, coi nostri film che incassano diecimila euro, abbiamo provato a ristabilire un rapporto sano tra costi e ricavi», teorizza lo sceneggiatore Michele Lo Foco, che nella vita fa l'avvocato e il consigliere di Cinecittà Holding. Unica limitazione estetica? «Non mostrare membri maschili in erezione. Del resto non ce n'era bisogno», rassicura Grimaldi, spiegando di aver scelto «il più leggero e meno sadico dei romanzi di De Sade», con l'intenzione di aggiungere «un tocco di divertita comicità».
In effetti, il film, pure esplicito, non sfodera tratti morbosi, e anzi, complice il linguaggio forbìto e la recitazione manierata, di gusto settecentesco, restituisce l'iniziazione erotica della diciottenne Eugénie (avviata alle gioie del sesso dall'intrigante madame de Saint Ange) con tocco allegro, disinibito, in un tripudio di musiche barocche e allusioni maliziose. «Il Settecento è il mio secolo preferito: per il fremito dei corpi, il gusto dell'inganno intellettuale, le schermaglie amorose, la libertà sessuale», riconosce Grimaldi. Deciso, prima o poi, a riprendere in mano la sua trilogia su Aldo Moro ferma da un anno, con quasi quattro ore di montato, per mancanza di soldi.