DE SICA TROVA SEMPRE L’AMERICA

Ci sono momenti in cui i desideri di chi la tv la guarda e di chi la fa coincidono in modo eclatante: molti spettatori sono stanchi dopo una giornata di lavoro e una volta tornati a casa vogliono guardarsi una fiction leggerina per passare due ore tranquilli? Ecco che trovano, specie negli ultimi anni, molti autori e sceneggiatori altrettanto stanchi (in genere fin dal mattino quando si svegliano), a loro volta leggerini come i copioni che partoriscono, generalmente sorridenti perché scrivere una fiction è comunque meglio che lavorare. Ed è così che nasce, ad esempio, Lo zio d'America 2 (lunedì e martedì su Raiuno, ore 21), perfetta sceneggiatura per vincere la serata tv (dato che la rete concorrente ha avuto la pensata di far morire il Belli del Distretto di Polizia, perdendo una parte del pubblico che ancora non glielo perdona). Ovvio che poi, per far funzionare una fiction come Lo zio d'America, ci vuole un attore altrettanto scansafatiche come Christian De Sica, impareggiabile esempio di personaggio che incarna meglio di ogni altro la sindrome maschile chiamata Peter Pan, l'ostinato rifiuto di crescere per restare il più possibile bambini. È proprio così, rifacendo sempre se stesso, che De Sica si carica in spalla praticamente da solo oltre cinque milioni di spettatori riempiendo la scena di una storia che rovescia in questa seconda serie il presupposto della precedente: se prima De Sica era diventato improvvisamente ricco, ora si scopre di colpo povero ma troverà l'amore della panettiera Lorella Cuccarini, come in una rassicurante favola moderna. Lo zio d'America 2 è un classico esempio di «one man fiction», dove tutto ruota e si appoggia alla simpatia del protagonista, alle sue pose e posture comiche velate, qua e là, di un pizzico di malinconia. Un giorno qualcuno scriverà una sorta di fenomenologia di Christian De Sica, e magari ci racconterà meglio, possibilmente con il contributo sincero del diretto interessato, il destino che ha voluto scegliersi: in mezzo a tanti colleghi dediti all'esercizio spesso presuntuoso del «vorrei ma non posso», lui ha scelto la strada più riposante del «potrei ma non voglio». Lo intuisci, vedendo quella sua faccia strabuzzante di possibilità espressive, che a quest'ora la sua comicità avrebbe potuto prendere una strada orientata sul versante più grottesco e surreale della cosiddetta commedia all'italiana, e magari aspirare a quella consacrazione «seria» cui mirano anche attori di minore esperienza e comunicativa. Ma intuisci anche, dati di audience e di botteghino in mano, che se per un attore è sempre festa, è sempre Natale qualunque cosa faccia al cinema o in tv, chiedergli di osare diventa quasi una bestemmia.