La dea della scherma con il complesso da prima della classe

Terzo oro olimpico nel fioretto individuale. Aveva già vinto a Sidney e ad Atene. L'incredibile carriera di Valentina Vezzali tra vittorie (tante) e sconfitte (poche): anche dopo l maternità è riuscita a tornare grande

Pechino - Inchiniamoci a nostra signora del fioretto, ma non regaliamole fiori o opere di bene. Solo medaglie. Ne ha tante, ma conta ancora quelle che non ci sono, che ha perso o che vorrà conquistare. Non conosce la parola ritiro. E il giorno che lo penserà, forse non la dirà. Ha un fuoco dentro, che la divora. Ma pure la spinge nell’alveo degli immortali. Guardate le fosse scavate del suo viso: sono il segno del potere, l’indice di forma. Più è scavata e più rischia di esser grande.

Valentina Vezzali è la ragazza che non vorresti mai avere per compagna di banco: non ti lascerebbe in pace. Nemmeno per compagna di camera (signor marito, senza allusioni): non ti lascerebbe dormire raccontandoti tutti i tormenti delle sue gare. Ancor meno per compagna di giochi: ti sbranerebbe pur di vincere. Non la vorresti per nemica. Ma, come amica, avresti difficoltà a capirla.

Dentro di lei c’è qualcosa di grande e qualcosa d’altro di molto più piccolo. C’è la campionessa e l’essere umano, costellato dal difetto dell’insofferenza, dell’avidità, del non essere mai contenta se non per qualche attimo. Un po’ Inzaghi, pervasa dal sacro fuoco del gol che per lei si chiama medaglia o stoccata, un po’ Mozart, sublime ma talvolta inspiegabile. Se cantasse, avrebbe la classe di Barbra Streisand e la follia di Loredana Bertè.

Valentina si è presentata così al mondo della scherma e non ha mai cambiato copione. Vestita di nuovo e con le spine di un biancospino. Ha cominciato a vincere che aveva poco più di venti anni ed ora, che ne ha 34, non ha ancora smesso. Ha promesso di non negarci la sua presenza, almeno finché l’orgoglio, tremendamente più smisurato del fisico, non sarà appagato. Ci ha fatto vedere di tutto e di più: la ragazzina nevrotica che inseguiva ogni punto, la campionessa felice che ha raccolto i primi successi, la mamma da record, la medagliata speciale grondante allori olimpici e mondiali ma sempre con il cruccio di non avere l’appeal che faccia presa sulla gente.

Valentina ha voluto stupire, quando è tornata alle gare dopo la maternità per vincere il mondiale. Ha saputo riprendersi da quel grande smacco subito a Torino, quando davanti al suo bambino ha preso botte dalla Granbassi e perso il titolo mondiale. Quella faccia livida, quasi livorosa, comparsa sul podio resterà uno dei più brutti ricordi che un campione possa lasciare. Ma Valentina non ne ha saputo fare a meno. E l’anno scorso si è ripresa il titolo con tanto di rivincita.

Margherita Grambassi, belloccia e inseguita da sponsor e tv, non sta all’apice delle sue simpatie. Come tante altre. Giovanna Trillini è stata la prima donna ad avviare la leggenda delle sante fiorettiste di Jesi, ma inevitabilmente le strade sua e di Valentina sono andate in controtendenza. Unite soltanto nel nome degli ori a squadre. La Vezzali ha vinto il primo mondiale nove anni fa, quando Giovanna era già una regina. Valentina si è rifatta in questa decade ed ora si avvia al record dei record: sei ori olimpici come Nedo Nadi. Le basterà vincere quello a squadre qui a Pechino.

Valentina potrebbe essere una donna appagata: sposata, soddisfatta dall’esser madre e campionessa, ha segnato un’epoca della scherma, ha dimostrato talento e grinta, mentalità vincente e coraggio. Conosce la fatica dell’allenamento, ma non se la nega. Si sente una stella, anzi, lo è nello sport. Ma si cruccia del non uscire dai suoi confini. Eppure non si nega mai. È straordinaria con sponsor e giornalisti, tv e chiunque le chieda di salire sul palco. Tifa Inter e tifava soprattutto Mancini, ma nel Dna ha il pregio di non mancare mai l’appuntamento che conta. Ha il vizio di tutti i campioni: se perde non cercatela. Diventa insopportabilmente diva. Viziosa e Vezzali: tutt’uno.