Debito estinto con l’opera d’arte

Noto artista di Albisola dovrà rifare la «civetta ballerina» rifiutata

Ferruccio Repetti

Ci sono tanti modi per riscuotere un credito. Vittorio Belloni, pensionato di Albisola, di professione «noto curatore di ceramiche per artisti», ne ha scelto uno che gli sembrava adeguato a quel sospeso di qualche centinaio di euro, oltre interessi, che vantava nei confronti di Paolo Anselmo, di professione «noto artista albisolese»: farsi pagare con un’opera d’arte. Scegliendo anche il soggetto: una civetta che, lo sanno bene gli scaramantici, ha fama di menagramo, ma, se te la tieni in casa e la coccoli, dicono che porti buono. Ma visto che il noto artista, occupatissimo con le sue ceramiche, si scordava sistematicamente di saldare, Belloni ha pensato, come dire?, di forzare i tempi. Citandolo in giudizio. La questione è finita sulla scrivania di Isabella Cocito, di professione noto avvocato, ma in questo caso nella veste (alquanto raffinata: crine biondo vezzosamente riccioluto, triplo giro di perle marine al collo, abito griffato e moderatamente scollato, liseuse da pomeriggio elegante), nella veste, si diceva, di noto giudice di pace.
Che l’avvocato-giudice fosse capace di dirimere la questione, non ne ha mai dubitato nessuno: tante le cause finora risolte dall’ottima Isabella con una sentenza equilibrata e un sorriso disarmante. E difatti l’artista e il pensionato sono usciti dall’ufficio sottobraccio, come vecchi amici che prima si volevano bene, poi hanno rotto per un po’ (a vicenda), infine si sono riappacificati come si conviene fra gentiluomini. «Tu, adesso, mi fai la civetta. E io ti cancello il debito» ha ricordato più volte Vittorio a Paolo, non fidandosi granché della sua memoria. Ma questa volta, l’artista è stato di parola. Si è messo al lavoro, anzi si è impegnato a fondo come se quella che stava plasmando con le sue mani non fosse una sorta di cambiale in ceramica, ma un autentico capolavoro. Paolo ha dato libero sfogo all’estro, ha tirato fuori dal suo repertorio il massimo della creatività e anche qualcosa di più. Appunto: quel qualcosa di più che forse non ci voleva. Almeno l’ha pensata così il pensionato che, messo ancora una volta di fronte al noto artista, all’altrettanto noto Ettore Molino, suo avvocato, e all’arcinoto giudice di pace, s’è trovato a «riscuotere» una civetta che non se l’aspettava: grande, grossa, e soprattutto con quelle rose in testa che sembrano cavolfiori e che «non mi vanno proprio, la pensavo diversa». Non l’avesse mai detto: «Intanto, la mia civetta si chiama Carmen ed è ispirata a una ballerina di flamenco, ecco perché ha i fiori sulla testa! Così acconciata, vale ancora di più» ha replicato, stizzito, l’artista. Isabella Cocito - non per niente è noto giudice di pace - ha cercato di sedare la nuova «guerra delle due rose» che rischiava inesorabilmente di degenerare. Ma c’è voluta tutta la sua dolcezza e abilità diplomatica perché debitore e creditore uscissero dall’ufficio senza darsele a colpi di ceramica. L’accordo, alla fine, s’è trovato: il noto artista farà un’altra civetta, più piccola e senza cavolfiori, pardon: senza rose; il noto curatore aspetterà fiducioso ancora qualche tempo, senza applicare gli interessi di mora, mentre il noto avvocato-giudice di pace archivierà un’altra sentenza da manuale. Quello che resta in dubbio, adesso, è la sorte di Carmen, la ormai nota (anche lei) civetta-ballerina di flamenco. Con la fama che si è fatta la sua specie e con quella corbeille in testa, pare che vada a finire in casa del noto legale patrocinatore dell’artista. Come parcella, a saldo delle prestazioni.