Debito pubblico, ecco dove buttano i nostri soldi: Venezia, un vanto che ci costa 386 milioni l'anno

Trecentottantasei milioni di euro: è questa la cifra che solo quest’anno 4 ministeri verseranno per assicurare la conservazione della città. INCHIESTA / <strong><a href="/interni/la_spesa_forestali_calabresi_il_doppio_ranger_canada/06-07-2011/articolo-id=533327-page=0-comments=1">I forestali calabresi costano il doppio dei ranger del Canada</a></strong> - <strong><a href="/interni/come_e_cara_venezia_un_vanto_che_ci_costa_386_milioni_euro/06-07-2011/articolo-id=533330-page=0-comments=1">Venezia ci costa 386 milioni di euro all'anno</a><a href="/interni/la_spesa_forestali_calabresi_il_doppio_ranger_canada/06-07-2011/articolo-id=533327-page=0-comments=1"><br />
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La nostra inchiesta continua con due numeretti da brivido: i 240 milioni che ogni anno ci costano i 10mila forestali della Calabria e i 380 milioni che Venezia assorbe dai contribuenti italiani. Tutti noi abbiamo in grande considerazione la tutela di una delle città più belle del mondo e che ci rende famosi ovunque. Siamo altrettanto rispettosi della flora e della fauna calabresi. Nelle pieghe dei nostri bilanci pubblici destiniamo a questi due obiettivi 620 milioni. Siamo proprio sicuri che in tempi grami come gli attuali, non si possa dare una sforbiciatina? In tempi in cui il governo è riuscito nell’incredibile autogol di tassare 5 milioni di pensionati e un numero imprecisato di risparmiatori con quella regressiva imposta sui depositi, non si poteva fare uno sforzo in più nei tagli? La risposta, ve lo anticipiamo, è no. Non c’è capitolo del nostro bilancio che non abbia una finalità nobile. È questo il problema. Tagliare un euro a Venezia (o a Roma Capitale che ha un debito di 12 miliardi che non sa come ripagare) diventa subito un taglio alla nostra identità, al nostro futuro, alla cultura italiana. Dio ce ne scampi. E ridurre il numero dei forestali calabresi, equivale, più o meno, alla guerra civile sulla Salerno-Reggio Calabria. Preferibilmente da combattere all’inizio della stagione estiva, quando il traffico su quell’autostrada (senza pedaggio) raggiunge i massimi. La questione più generale dei nostri dipendenti pubblici dovrebbe essere affrontata con qualche numero alla mano. La spesa pubblica per i collaboratori fissi dello Stato rappresenta l’11 per cento del Pil, circa 171 miliardi di euro l’anno. Si tratta di uno dei rari capitoli del bilancio pubblico che nei prossimi anni è destinato a non crescere. Grazie soprattutto alle politiche di blocco contrattuale imposte dalla passata manovra. Il principio antimeritocratico è quello di penalizzare tutti. Dal solerte funzionario che vi risolve la pratica con efficienza, all’«imboscato», è proprio il caso di dirlo. E il paradosso vuole che le amministrazioni centrali vedranno il loro costo ridursi nei prossimi anni, mentre i dipendenti di enti locali e enti previdenziali invece crescono. Il motivo è piuttosto semplice. L’impiego pubblico nel passato è stato considerato un ammortizzatore sociale: si assume per dare lavoro, anche se il lavoro da fare non c’è. Ciò è avvenuto soprattutto a livello locale. E oggi ne paghiamo il conto. Oltre ai contribuenti, che ogni anno devono sopportare sia l’inefficienza della macchina burocratica sia i suoi costi, a essere penalizzati sono anche i nostri migliori dipendenti pubblici. Questi ultimi pagano il conto (in termini di blocco dei loro stipendi) a vantaggio del mantenimento di una macchina troppo affollata. Si opera una selezione avversa: chi può e chi merita di più cerca di scappare dal pubblico.