La debole Europa che sogna Prodi

Alberto Indelicato

L’onorevole Prodi non si dà pace a causa del famoso telegramma che il presidente del Consiglio Berlusconi non gli ha spedito e non intende spedirgli. Non che ne abbia veramente bisogno, ma ritiene che si tratta di un gesto di buona educazione istituzionale. Tuttavia non sembra che sia così. Schröder si guardò bene dall’augurare «buon lavoro» alla signora Merkel e si dichiarò a lungo vincitore ed anni prima Jospin mantenne il più assoluto silenzio quando fu eliminato da Chirac al primo turno e pure quando questi fu eletto presidente della Repubblica francese al secondo. Prodi evidentemente si riferisce non ad una tradizione europea, ma ad una prassi statunitense (non sempre rispettata). Egli insomma «vo’ ffà l’americano», come Alberto Sordi in uno dei suoi film. Ed infatti si è rallegrato di aver ricevuto una telefonata da George W. Bush, fingendo di non capire che si tratta di una formalità diplomatica necessaria, dato che l’amministrazione degli Stati Uniti dovrà trattare con qualunque governo si formerà in Italia.
Il filo-americanismo di Prodi, tuttavia, si ferma alla prassi delle telefonate di «buon lavoro» e non si spinge sino alla politica internazionale, com’è apparso dalla intervista concessa al Sunday Times. È vero che essa riguardava esclusivamente la politica europea di un futuro governo Prodi, ma le sue implicazioni sono molto più generali. Il suo piano di costituire un «nocciolo duro» degli Stati decisi ad accelerare l’integrazione contiene elementi di difficile realizzazione, al limite dell’utopia, come il famoso ministro europeo degli Affari esteri, che non saprebbe cosa fare in mancanza di una politica internazionale unica, o l’abolizione del veto degli Stati nelle decisioni di politica estera o ancora il rilancio della costituzione già bocciata da due referendum, per la cui resurrezione Prodi conta sulle elezioni francesi dell’anno prossimo, sperando evidentemente che siano vinte da un candidato socialista. Ma la parte più importante del grande disegno europeo di Prodi riguarda la lista degli happy few chiamati a far parte del gruppo che egli ha immaginato, che sarebbero oltre all’Italia, la Francia, la Germania, il Belgio ed il Lussemburgo. Poi Prodi si è ricordato di aver ricevuto una telefonata di Zapatero ed all’elenco ha aggiunto la Spagna. I Paesi Bassi sono stati esplicitamente respinti senza spiegazioni. Quanto al Regno Unito, la sua esclusione dal progetto è stata fantasiosamente motivata da Prodi con il fatto che il governo di Londra «non aveva indetto un referendum sulla Costituzione europea» (sic!). Sinceramente non sembra che sia un peccato così grave. La verità è un altra. La lista degli Stati accolti nell’empireo prodiano mostra chiaramente che si tratta di quelli che seguono una politica antiliberista e che si sono distinti per aver preso le distanze dalla politica estera americana ed è questa la vera ragione per cui il Regno Unito non vi è acccolto. Prodi continua a guardare all’asse Parigi-Berlino con le appendici di Bruxelles e Madrid senza tener conto del fatto che la situazione è cambiata e probabilmente cambierà ancora: in Germania non c’è più il governo diretto da un socialista e la vittoria socialista in Francia l’anno prossimo è tutt’altro che scontata. Irreale o meno il progetto di Prodi non può dunque che allarmare, oltre che Londra, Washington ed esso ha già suscitato notevoli preoccupazioni anche nei nuovi Stati europei, quelli che vedono la loro sicurezza in un’Europa ancorata agli Stati Uniti e che, lasciati fuori dal «nocciolo duro», rischierebbero di essere nuovamente soffocati se non politicamente dal punto di vista economico (ed energetico) dalla Russia. Le idee dell’ex presidente della Commissione europea, che vorrebbero dare nuova solidità alla costruzione europea, sono in realtà destabilizzanti. C’è soltanto da sperare nel loro fallimento.