Debole Porporati meglio "Madri" (un documentario)

<strong>LA CRITICA DI MAURIZIO CABONA </strong>Secondo film italiano in concorso alla Mostra, &quot;Il dolce e l'amaro&quot; di Andrea Porporati esce nelle sale oggi. Sarà anche su Raitre o su La7, ma in seconda serata, perché un criminale, nella sua mediocrità, non è spettacolare

Secondo film italiano in concorso alla Mostra, "Il dolce e l'amaro" di Andrea Porporati esce nelle sale oggi. Un giorno sarà anche su Raitre o su La7, ma in seconda serata, perché un criminale, nella sua mediocrità, non è spettacolare. Ma è stata una buona idea dare, per contrappasso, il ruolo a Luigi Lo Cascio, protagonista dei Cento passi di Giordana (lanciato proprio da una Mostra). Solo che a bandito piccolo occorre vicenda grande, che col contorno fornisca un dramma coinvolgente anche per chi ha la fortuna di conoscere la mafia solo dai giornali. Un modello c'era: La mala ordina di Fernando Di Leo, dove un pappone (Mario Adorf) diventava bersaglio di due sicari, che fronteggiava con la forza della disperazione. Autore anche di soggetto e sceneggiatura del Dolce e l'amaro, Porporati non è Di Leo. Per un intento morale, immette nel film anche un magistrato (Fabrizio Gifuni), masochista, visto che si considera, da adulto, amico del mafioso che, da ragazzo, gli aveva rotto la faccia! Infine Porporati film ricorre alla voce fuori campo, extrema ratio di chi non sa raccontare. Comunque Il dolce e l'amaro è meno peggio di Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi, l'altro film italiano in concorso.

Al cinema italiano in Mostra va meglio col documentario. Madri di Barbara Cupisti presenta la memoria del dolore, lasciata dall'occupazione israeliana e dalla resistenza palestinese alla medesima. Le immagini di base sono quelle che le tv censurano: quelle dei morti fatti a pezzi dalle armi automatiche dei militari o dagli esplosivi dei guerriglieri suicidi; le voci sono appunto quelle delle madri degli uni e degli altri. Il manifesto del documentario ha un'immagine simbolica, ma efficace: mani dalla quali cade sabbia, una fatica interminabile. Indica come, in sessant'anni, un conflitto periferico e limitato è diventato uno dei perni della storia del mondo, coinvolgendo aree sempre più vaste, toccando anche gli Stati Uniti.

Quando nei telegiornali italiani si è parlato di questi morti, prima di passare ai pettegolezzi su calciatori e veline, raramente si è dato loro un volto, tanto meno una storia. Eppure l'avevano, come avevano, almeno i più giovani, dei fratelli e una madre. Sul dolore innominabile di queste ultime si sofferma la Cupisti. Sobriamente: non occorre enfasi capire che cosa cela lo «scontro di civiltà».