La debolezza di Giulietta

L’abbandonarsi di Cabiria al suo ingenuo sentimento, la gioia primitiva con la quale essa sogna di abbandonare la sua vita sporca, l’alternarsi di diffidenza e di speranza in quel suo amore che non è neanche amore perché spogliato di ogni contenuto fisico, il suo distacco dall’amica Wanda quando prende la decisione di andarsi a sposare; tutto questo è ben vivo. Fellini non avrebbe dovuto aver paura della trama, anche se era vecchia, anche se sapeva di «fumetto». Perfino le storie dei Promessi sposi e di Guerra e pace potrebbero essere dei fumetti, dipende da come si raccontano, con quali idee e sentimenti. Ma Fellini, pur essendo come pochi ricco di sentimenti e di idee, s’è impaurito, e ha commesso il primo errore capitale. Il secondo l’ha fatto centrando tutto il film su di un solo personaggio. Naturalmente, non parlo qui della interpretazione. Giulietta Masina pur oscillando talvolta tra Anna Magnani e Charlie Chaplin, è un’attrice bravissima, dalle possibilità pressoché illimitate, e perciò bene in grado di sostenere sulle proprie spalle il peso di tutto uno spettacolo. Ma Cabiria è debole, appunto perché le hanno voluto dare una totale preminenza, fino a svuotare di contenuto gli altri personaggi che le stanno intorno. Un personaggio non può sussistere isolato: prende vita e forza e dimensione dagli altri. Cabiria invece è sola nella scena, perfino nei momenti in cui dovrebbe maggiormente convincerci di non esserlo, perché l’uomo che le hanno messo al fianco sembra uno di quei pupazzi ai quali si gira la testa affinché mostrino alternativamente la faccia che piange o la faccia che ride. E anche qui non è questione d’interpretazione (François Peries è bravo) ma di personaggio.
pubblicato su «Rotosei»
il 25 ottobre 1957