Le debolezze del governicchio

Egidio Sterpa

Se volessimo fare dell’ironia, potremmo dire che il governo Prodi è al trigesimo, sinonimo di trentesimo ma che si usa per indicare i trenta dalla morte. E però, in effetti, per stare seriamente alla realtà evitando la facile ironia, tutto si può dire di questo governo meno che sia in salute, con idee chiare e propositi certi.
Siccome noi siamo all’opposizione, si può pensare che si sia propensi a dare giudizi interessati. Ricorriamo allora alle opinioni di sostenitori. Eccone alcune: «Il governo sta dando un’immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre» (Eugenio Scalfari su Repubblica); «È una maggioranza zeppa di opinioni non solo diverse, ma sostanzialmente opposte» (Il Riformista); «Prodi in questa fase ha solo mediato, e non governato» (Emanuele Macaluso su Le nuove ragioni del socialismo). E fermiamoci qui.
Come negare che questo governo ha battuto tutti i record della debolezza? Siamo a 102 tra ministri, viceministri e sottosegretari, tutte nomine dovute non a vere necessità governative, ma a pressioni e spinte delle innumerevoli correnti dei molti partiti e partitini della maggioranza. Di 102 non se ne salvano molti per meriti e competenza.
Quanto all’omogeneità e coesione dentro lo stesso governo, non c’è che da osservare l’esibizione, a volte spettacolare, di disparità e discordie addirittura in taluni casi indecenti: per esempio, due ministri che partecipano al corteo «gay» di Torino; un ministro, quello della Difesa, che in visita alle truppe di stanza a Kabul, si sente in obbligo di rendere omaggio a quel Gino Strada che da anni gratifica il governo italiano e le sue forze in Afghanistan di accuse; qualche altro ministro e sottosegretario che non esitano a smentire il governo su propositi programmatici («Tanto la Tav non si farà»: parole del sottosegretario all’Economia, Cento) e a intimare misure fiscali punitive (Cesare Damiano, ministro del Lavoro). E, de hoc satis, tralasciando tante altre gaffes e spropositi.
Ma è su due temi fondamentali, la politica economica e la politica estera, che questo governo, come dice Scalfari, è «scomposto e sciancato». Chi è il titolare della politica economica? Padoa-Schioppa, la cui competenza non è da negare, è attorniamo da una frotta di viceministri e sottosegretari (sei o sette) di varia estrazione politica con deleghe che di fatto amputano non poche prerogative del ministro. E qual è la politica economica? Si dice che il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) dovrebbe definire il quadro dell’intera legislatura, cioè cinque anni, ma in qual modo, con quali misure? Per ora, e siamo a trenta giorni dalla formazione del governo, si marcia, anzi si sta fermi, al buio. Il che non fa comodo neppure all’opposizione, che ha bisogno anch’essa di qualche lume per condurre la sua battaglia e i suoi controlli in Parlamento.
Ancora più imbrogliata, inestricabile, la politica estera. Qui, più che buio, ci sono ambiguità e un po’ di doppiezza. D’Alema, lo sappiamo bene, non è uno sciocco, siamo pronti anzi ad ammettere che è uno dei più intelligenti politici dell’attuale sinistra, ma come condividere la sua politica estera, almeno come è apparsa finora? Nel suo scritto sul Wall Street Journal (bel titolo significativo «Diplomacy al dente») ha affermato: «L’Italia non ha intenzione di voltare le spalle al popolo iracheno». E però, che cos’è il ritiro dall’Irak? Sì, anche il precedente governo lo aveva stabilito, ma non con le capziose affermazioni sull’impegno italiano fatte da D’Alema e da altri esponenti governativi. Fatale, dunque, che l’incontro a Washington con la Rice sia stato caratterizzato da gelo, sia pure con condimento di sorrisi diplomatici.
Per non dire, sempre in ambito di politica estera, dell’ostentato giro in Europa di Prodi, chiaramente finalizzato ad esibire l’allentata intesa con gli Stati Uniti. Un po’ grossolano e penoso l’abbraccio, volutamente antiberlusconiano, con Chirac, anatra zoppa ormai sulla via della pensione.
Debole e insicuro, senza certezze, Prodi cerca vigore in dichiarazioni che, in verità, non meritano neppure ironia: «Berlusconi ha schiavizzato l’Italia», «Se cado io, l’Unione va all’opposizione per 60 anni». Siamo persone moderate e non ricorriamo ad espressioni sgradevoli, ma qui siamo ai confini del ridicolo. Consigliamo al premier più sobrietà e soprattutto self control. Un po’ di stile, perdinci.