Il decalogo del goleador allegro

«In campo sono contento come lo ero da bambino con i miei compagni». «Dedico le vittorie a mio padre che non c’è più. E pensandolo sorrido»

Giuseppe De Bellis

«Il mio segreto è semplice: sono rimasto bambino». Il simbolo della felicità ha i denti sporgenti, i capelli ricci e il sorriso fisso. «Ride sempre, pare che c’ha ’na paresi», dice di lui Francesco Totti. Ronaldinho reagisce con l’unica smorfia che conosce: il sorriso. Sempre e comunque. Signore e signori ecco l’emblema della beatitudine, ecco l’uomo che tutti vorrebbero essere: bravo, ricco, famoso, allegro. Felice. Ribalta il concetto che vuole i campioni tristi nonostante la fortuna. Lui è il sospiro di sollievo che viene agli esseri viventi comuni, quelli che pensano che il successo dia gioia. Vederlo fa pensare che con tutto quello che ha lui si potrebbe essere come lui. Tutti gli altri chiedono sempre la stessa cosa, con una ridondanza che un po’ lo deve stupire: come si fa? Come si fa a essere così di fronte alla vita? Perché tutti gli altri, i suoi simili, sono infelici, mentre lui è sempre allegro? Ronaldinho risponde: «Non credo di essere il migliore, così quando gioco mi diverto. Come facevo per strada, mi piace provare l’impossibile. Anche se non ci riesco».
Allora sorride, ancora: «È nella mia natura. Nessuna tensione aggiuntiva, tranne una: non vedo l'ora di entrare in campo. Perché quando sono in campo, sono felice. È la cosa che mi piace di più nella vita, quella che dà un senso alla mia esistenza e alla mio modo di essere». Il discorso prosegue: «Per me il più bel momento della giornata è quando scendo in campo per giocare. Fa parte del mio carattere, non ci penso, mi viene così: quando gioco mi viene da sorridere. Perché in quel momento sono felice». Prova, vaga per il campo, non si autolimita. Anche questa è la strada per la spensieratezza: «È come quando ero piccolo. Provavo in casa per ore le mie giocate, così come lo vedevo fare agli altri. Vedevo “l’elastico” di Rivelino e lo volevo rifare. Era il mio passatempo da ragazzino, è il mio lavoro da professionista ora: studiare tocchi nuovi e vincenti. Non so se un giorno ce ne sarà uno chiamato la ronaldinha. Sarebbe molto bello». Come dire: provare l’impossibile spinge verso la felicità, perché trasforma ogni giorno in un traguardo. Basta che ci sia una cosa rotonda: «I palloni sono sempre i benvenuti».
Il decalogo dell’uomo felice passa anche fuori dal campo: «La mia vita è allegra anche quando non gioco. La mia famiglia, mia madre, mia moglie, mio figlio. Ecco un figlio ti cambia la vita. Te la riempie. Faccio sempre di tutto per godermela e di farla godere a i miei familiari». Ronaldinho è allegro nonostante un lutto. Ha perso il padre quando aveva otto anni: «Darei tutto per riavere mio padre. Darei tutto quello che ho. Intanto ogni volta che segnò il gol lo dedico a lui. È come averlo sempre con me. Anche questo mi rende felice».
Ronaldinho non ha nemici. Al massimo ha amici invidiosi. Lo vogliono tutti, lo coprirebbero di tutti i soldi che hanno per averlo: «Ad Abramovich ho detto di no. Qui mi diverto, posso suonare i bonghi sul palco durante uno spettacolo. I soldi non possono comprare la mia felicità».