Un decano controcorrente esiliato in un cono d’ombra

Nell’autobiografia di Carlo Sgorlon l’amarezza per l’ostracismo alla sua opera dovuto alle posizioni contro divorzio e aborto

Ho incontrato per la prima volta Carlo Sgorlon a Latina, negli anni Ottanta, durante la cerimonia di un premio che era stato attribuito a lui per la narrativa e a me per la poesia. Il deus ex machina del premio, che aveva luogo in uno dei suoi classici feudi elettorali, era Giulio Andreotti, allora al massimo del potere. Terminata la cerimonia, Sgorlon mi disse che sarebbe stato giusto andare a salutare chi ci aveva premiato, ma vedendo il Senatore attorniato sul palco da una folla incommensurabile di clienti, aggiunse che era ancora più giusto non andarci. Rimanemmo orgogliosamente ai nostri posti, non ci mescolammo ai postulanti. Per inciso, fu il Senatore che più tardi venne a salutarci e a congratularsi con noi, cosa che è impensabile accada con qualche esponente della classe politica di oggi.

Racconto l’episodio perché parla di Carlo Sgorlon e del suo atteggiamento verso società e potere come viene oggi fuori dalla sua polemica autobiografia intitolata La penna d’oro (Morganti editore, pagg. 221, euro 15). L’autore friulano usa il genere dell’autobiografia anche per regolare alcuni conti, per togliersi alcuni sassolini, forse anche veri e propri macigni, dalle scarpe. Non ha paura di ribadire le proprie posizioni controcorrente. Si dichiara antistoricista, disdegna le rivoluzioni, che intende come «frutto della fantasia e della retorica degli uomini convinti sempre di poter modificare il mondo e di operare cambiamenti molto più importanti di quanto poi si rivelano», accusa il divorzio di aver introdotto nella società una rovinosa «mentalità divorzista», chiama l’aborto volontario assassinio, considera una calamità il Sessantotto. E rivendica il diritto di poter professare le sue idee in una realtà culturale egemonizzata da un progressismo generico che le demonizza o le irride.

La vera polemica dura, risentita di Sgorlon è proprio contro un atteggiamento tipico di una certa sinistra conformista, tutta servile verso il potere, tutta conventicole, meschini rituali di appartenenza, luoghi comuni. Sgorlon diffida di tutte le parole d’ordine su integrazione e tolleranza quando a pronunciarle sono intellettuali che poi diventano intolleranti, sprezzanti, feroci con un connazionale e collega che semplicemente non la pensa come loro. Si sente messo in una «campana di silenzio», si sente condannato all’inesistenza, lamenta che certi manuali non lo nominano neppure, certi Festival culturali, anche nel suo Friuli, non lo hanno mai invitato.

L’amarezza che sfiora il risentimento nasce dalla sproporzione tra un consolidato successo di pubblico e di premi (Campiello, Strega, Super-Flaiano) e la sensazione di un riconoscimento critico non adeguato. Il sospetto è che certi critici ignorino Sgorlon non perché lo leggono e hanno delle grosse riserve di gusto e di cultura sul suo lavoro, ma perché a priori decidono che è un autore di cui non sta bene parlare. Sgorlon sa di non appartenere al canone, e sugli autori più canonizzati ha parole perplesse. Italo Calvino avrebbe una inventiva «fredda, di sapore geometrizzante», e l’illuminismo sarebbe anche la cattiva musa di Leonardo Sciascia. Neppure con il friulano Pasolini i rapporti sono buoni.

Non tutti i bersagli polemici sono condivisibili (io non condivido in particolare la punta malevola dei giudizi su Calvino e Sciascia) ma lo sfogo contro il conformismo della società letteraria si capisce eccome. Sgorlon si sente non solo isolato, ma messo da parte, destinato a un cono d’ombra. Sul Corriere della Sera, a proposito di La penna d’oro, a una recensione positiva di Dario Fertilio ha fatto seguito a tambur battente un molto malizioso pezzetto di Giorgio De Rienzo, abituato a dare voti nelle sue pagelle, che si affretta a ribadire la vulgata critica di Sgorlon buon affabulatore e buon artigiano, ma dal linguaggio debole e lontano dalla alta letteratura.

In realtà, Sgorlon ha una poetica e una consapevolezza letteraria alta. Legge Zolla, Eliade, Dumézil, Borges. Elabora nel tempo una sua idea di narrativa magica e epica, segue le vie dell’arcaico, del mito, della saga. Ama il racconto popolare, le tradizioni dei vinti, la sua terra di frontiera con le sue storie arcane e terribili. Ha una concezione sacrale della natura, la consapevolezza dei rischi che la natura corre in una società tecnocratica, la volontà di ritrovare un equilibrio tra l’essere umano e il cosmo. Il suo romanzo è pieno di archetipi e di suggestioni mitiche. La domanda da porsi è allora: è anche per queste idee di poetica che Sgorlon subisce un certo ostracismo? Il romanzo italiano deve essere per forza lontano da tutto ciò, avvitato eternamente in un realismo minimale o in un giallismo criminale? Chi lo ha deciso, dove è scritto?

Io sostengo da sempre il bisogno del romanzo italiano di riscoprire le grandi narrazioni mitiche, di lasciar vibrare nel presente gli archetti degli archetipi e dei simboli. Per questo leggo Sgorlon con simpatia e con affetto. Mi ha colpito che nel bilancio della propria attività ci sia una amarezza così insistita. Le pagine sulla irriconoscenza del suo Friuli sono davvero commoventi. Sgorlon, l’anarchico conservatore, è uomo di una sola terra, come Jean Giono, il cantore della Provenza, con cui forse si sarebbe inteso. Che questa terra non lo onori come aveva sperato è per lui una doppia offesa. Ma per un uomo che scrive che «la pietà è il sentimento sovrano», la sofferenza più grande è quella di vedere atteggiamenti molto spesso impietosi contro di lui. Di sentirsi messo al bando per quello che è. Di vedere irrise le proprie convinzioni.

Così si è sfogato. Qualcuno dirà che non è elegante farlo in pubblico, ma Sgorlon, prima che all’eleganza, pensa alla libertà e alla verità. E, sulle soglie degli ottanta anni, ha ancora una sua orgogliosa, amara volontà di combattere e di cercare. Anche da parte di chi non condivide certe sue posizioni, tanto di cappello a questo solitario, a questo uomo libero.