Un decennio ai piedi di Pirlo, il girasole del Diavolo

Arrivato dall'Inter nel 2001, è stato il capolavoro tattico di Ancelotti e il perno del Milan due volte campione d'Europa. Silenzioso e geniale, si trasformò da decoratore superfluo in architetto essenziale di vittorie. Assist, lanci, rigori e tiri: tra i tifosi nessuno lo dimenticherà

Alla fine, anche Van Gogh ha dovuto chiudere con i girasoli. Erano stati tra le sue creazioni più eccezionali, un'esplosione di genio e realismo, tanto da venire ripetuti in serie. Ma alla fine anche i capolavori vengono superati per lasciare spazio ad altre fantasie, tocchi, creazioni.
Andrea Pirlo, che oggi ha ufficializzato il suo addio al Milan, è stato il girasole di quest'ultimo decennio rossonero. Portato da un refolo di calciomercato quando era ancora un germoglio di campione, cresciuto improvvisamente sulle zolle d'Europa, è diventato il sovrano del prato di San Siro, un piccolo sole intorno a cui sono roteati centrocampisti e fantasisti, arieti e mezzepunte, rapaci d'area e ali guizzanti.
Gli esordi erano stati indecisi ma promettenti. È l'ennesimo numero dieci dai capelli decadenti e dai piedi romantici, incerto di fisico e tempra, raffinato e suppellettile come una ceramica. Brescia, Reggina, Inter, Under 21: la qualità in distillato, ma senza mai ubriacare la critica. Poi, un anno, il suo scopritore Tardelli gli si rivolta contro. È il 2000 e i due sono all'Inter. Il Marco Mundial lo relega all'ala sinistra, poi lo sposta ancor più in fascia. Ancora un po', ancora un po', fino alla panchina. Andrea da Brescia non muove né un sopracciglio né una delle sue pesanti palpebre e varca il Naviglio. Ci trova Terim e la sua pelle color tabacco, il suo calcio da fez e assalto ottomano, e le cose non vanno. Pirlo, stranamente, non muove ciglio e aspetta.
Il fiume porta via il cadavere sportivo di Terim e fa comparire un altro sopracciglio celebre, quello di Ancelotti. Che nell'estate del 2002, nello spogliatoio di un Trofeo Berlusconi, si guarda intorno e non trova neppure un centrocampista: tutti rotti gli incontristi. In un angolo c'è il caschetto da Oscar Wilde di Pirlo. L'importanza di essere un calciatore intelligente diventa lampante: Andrea si ricorda di quando a Brescia fece un passo indietro davanti a Baggio e fa lo stesso. Lascia Rui Costa a suggerire e trasloca venti metri più indietro in campo, mettendo radici davanti alla difesa. Come i girasoli, mette radici esili e gracili, ma che per dieci anni non sono mai crollate.
Questo ragazzo taciturno ma ieratico in tutto il suo carisma silenzioso (Nesta disse che si fermava lo spogliatoio quando apriva bocca) diventa un faro e fa la fortuna dei rossoneri. Diventa un giocatore moderno, irresistibile, che tutte le squadre cominciano ad imitare. Nasce il termine «centrocampista alla Pirlo», a riassumere tempi perfetti, controllo di palla blindato, geometria impressionante e capacità balistica fenomenale. Pirlo da Vinci inventa calcio, traccia lanci millimetrici che innescano le fucilate di Shevchenko, filtranti che fanno urlare di gioia Inzaghi. Dal dischetto è letale, trascina il Milan alla vittoria di Champions contro la Juventus, inventa le punizioni a effetto che anni dopo verranno copiate da Cristiano Ronaldo. Per cinque stagioni buone, Andrea Pirlo diventa il giocatore più inimitabile del panorama mondiale, nel completo disinteresse di chi spesso distribuisce i premi solo con il pallottoliere dei gol.
Eppure Pirlo di gol ne ha fatti, e pesanti. Il cucchiaio a Buffon in una Supercoppa Italiana (poi persa), il destro che apre il Mondiale 2006 contro il Ghana e il rigore in finale, il colpo di testa nei quarti di Champions del 2007, contro il Bayern a San Siro. E ancora le punizioni: contro lo Schalke, contro la Juve. E i missili dalla distanza, da quello contro il Chievo a San Siro, con i gialloblù in vantaggio per 0-2 e lo scudetto 2003/04 che rischiava di scivolare via, all'ultima rete in rossonero: il tuono da 35 metri al Tardini di Parma che resta. Sarà stato come per Jigen, il pistolero di «Lupin III»: la palpebra perennemente a mezz'asta lo aiuta a prendere la mira. Il resto lo fa un sangue freddo da rettile letale. Quel sangue freddo che i tifosi milanisti hanno imparato ad apprezzare poco a poco: appena arrivato, Andrea prendeva palla al limite della sua area e sereno come una mucca in India faceva due piroette e lanciava i compagni, mentre la curva aveva un infarto collettivo. Con gli anni, sono stati migliaia i tifosi che - nelle situazioni più scabrose in difesa - urlavano ai terzini e ai centrali: «Dalla a Pirlo!». Messa in cassaforte, tanto la combinazione la sa solo lui. E con quell'aria da muto, non la dice a nessuno.
Eppure dietro l'aria da anti-divo tutto famiglia e pensieri bui, c'è un joker. Secondo Costacurta, Pirlo è stato il più scherzoso dello spogliatoio, goliarda e compagnone, compagno di sketch con Gattuso. Ennesimo paradosso di questo decoratore d'interni diventato in un lampo architetto di vittorie. Vittorie che, però, negli ultimi anni si sono rarefatte, come i petali del girasole che cadono leggeri. Un po' gli avversari, che avevano capito che prosciugando con una «gabbia» la sorgente di gioco rossonera, la pianta poteva appassire. Un po' per colpa degli anni e degli acciacchi. Un po' perché i suoi due bracci armati, Inzaghi e Shevchenko, esegeti perfetti del Pirlo-pensiero, se ne sono andati o hanno dovuto fare i conti con l'infermeria. Così il girasole si è trovato ripiegato su se stesso e ha deciso di provare ad abbellire un altro campo con la sua corolla.
Succede, che le cose belle si appannino ed appassiscano, oppure che la linfa non arrivi più. È nell'ordine naturale delle cose. Rimangono negli occhi i suoi baci all'anello, mandati verso la curva dopo ogni gol; nelle orecchie le sue interviste con la verve di un oppiomane in letargo; nel cuore italiano quell'assist no look a Grosso nei supplementari 2006 contro la Germania. Dice Trilly Campanellino (soprannome made in Pellegatti) che spera il Milan lo rimpiangerà. Può darsi, anche se la sua parabola è innegabilmente discendente. Ma quel che è sicuro è che nessuno tra chi ha tifato Milan in questo decennio potrà dimenticare il girasole silenzioso col numero 21.