Il decentramento è nella nostra storia

Da parecchi giorni la redazione genovese de «il Giornale» ha aperto un ampio dibattito culturale e politico sull’identità ligure e sui progetti che da tale riacquistata consapevolezza possano nel presente e nel futuro scaturire. Il policentrismo profondo dell’Italia è fuori discussione (ne avevano piena coscienza quegli stessi che hanno cominciato - dopo circa mille anni - e poi realizzato il processo dell’unità politica della penisola, conclusasi con la prima guerra mondiale). Che le patrie «piccole» siano le vere «patrie» è testimoniato dall’intenso municipalismo che è parte integrante del costume italiano. La robustezza del fronte antimperiale (costituito a più riprese dalla forza organica di molti Comuni), coadiuvato dall’opportunismo papalino, ha impedito a Federico II di Svezia di compiere l’unificazione a partire dal mezzogiorno. Il prolungamento di questo stato di salute delle signorie rinascimentali fece sì che nessuna fosse in grado di sopraffare le altre (anche se poi tutte, direttamente o indirettamente dovettero coordinarsi alla politica della superpotenza - per l’epoca - ispano-asburgica. Il processo dell’unità d’Italia è stato, purtroppo, la migliore testimonianza della debolezza e del progressivo svuotamento degli antichi stati nazionali che fu preceduto dall’infelice sorte delle due repubbliche marinare: Genova e Venezia. Entrambe aggregate ad altre entità politiche in maniera definitiva dal Congresso di Vienna).
Nell’ambito dell’Italia in via di divenire unita, l’asse burocratico accentratore sabaudo-borbonico e il successivo periodo fascista hanno fatto il resto. Le «piccole» patrie sono state, quasi per forza di cose, ulteriormente svuotate, venendo ripetutamente negato quel progetto di decentramento che pure ebbe a balenare nel dibattito culturale e politico dei successori di Cavour (Destra storica), sebbene - dopo l’avvento di Roma capitale (1870), nei decenni successivi, ebbe a profilarsi la contrapposizione fra lo «stato» di Milano e quello di Roma (a dimostrazione dell’acume di U. Bossi nel riprendere un certo vessillo, pur nella relativa originalità di quella nuova lotta proclamata negli anni ’80, un secolo dopo).
Che cosa dobbiamo e possiamo fare, oggi, noi liguri e italiani che abbiamo a volte la sensazione di essere come foglie al vento a caua della globalizzazione, delle debolezze dell’Europa unita e delle incertezze in cui versa, talvolta, la politica nazionale? Non dobbiamo negare la natura policentrica della nostra penisola e avere ben presente che le «piccole» patrie sono una profonda ricchezza (che si oppone ad ogni forma di spersonalizzazione, da qualunque «interessata» parte venga) che va tutelata con delle serie autonomie. La forza dello stato centrale va ribadita per quanto riguarda la Politica estera, la Difesa, la Banca centrale, l’alta Corte di Giustizia. La Magistratura e il Ministero degli affari Interni debbono essere riarticolati secondo criteri di efficienza volti alla difesa della Giustizia e alla protezione dei cittadini.
La penisola deve ricercare la sua armonica integrità nell’ambito di una concezione liberale e liberista che non può negare, innanzitutto, quello che è il sentire degli italiani che non hanno mai avvertito il localismo come una deteriore ancestrale personalizzazione (salvo le infelici circostanze in cui gli organismi territoriali venivano trasformandosi in accolte pseudocamorristiche). Questo non significa rinunciare allo Stato centrale che va configurato come più «leggero» ma non per questo (grazie alla «rivoluzione» informatica) meno incisivo - nella sua azione - in quei settori suoi propri, correttamente determinati.
Che cosa si oppone ad una onorevole battaglia che abbia come vessillo l’Italia delle Patrie nell’Europa delle Patrie? Credo ben poco - almeno idealmente - se non purtroppo una forte decisa e triste situazione di addomesticamento e di autoaddomesticamento che i politici italiani (e quelli liguri in particolare) hanno subito e si sono imposti all’indomani della seconda guerra mondiale, durante il periodo della Prima repubblica. In Liguria c’erano «sergenti» e «capitani» che non sapevano far altro che battere i tacchi di fronte agli ordini che venivano da Roma. Certo, localmente i giornali li sviolinavano parecchio e sembrava che fossero chissà chi quando proclamavano belli tronfi che «l’Italia si governava dal centro». Il fatto è che le stesse cose le dicevano quelli di prima (della seconda guerra mondiale) di cui essi purtroppo erano degli eredi che non si rendevano nemmeno conto di proseguire in quella politica di cui dicevano continuamente male con un’insistenza (tanto patologica da non sembrare nemmeno credibile) che prosegue esangue sino ai nostri giorni (se davvero il 9 settembre diventerà una ricorrenza da celebrare come auspica la maggioranza in Regione).
*A.N.L.P. «Giordano Bruno»