Deci anni di Lucio: genio scomodo

È stata la sua ritrosia ad alimentare tante fandonie: come quella secondo cui i fan di sinistra lo ascoltavano di nascosto

Fu il 9 settembre del 1998, in un mattino melanconico di dieci anni fa, che Lucio Battisti se ne andò, nell’ospedale milanese dove l’aveva condotto un male indomabile. Aveva cinquantacinque anni, lo descrissero gonfio, i capelli ricci bruciati dalla chemioterapia, i modi schivi di sempre.

La notizia ci colpì, noi della stampa, più di quanto ci commuovesse. Ché Battisti non aveva mai fatto granché, per suscitare amore. Specie da parte dei media, che tenne sempre a distanza, e questo tornò a suo vantaggio: lo preservò dalle nefandezze del gossip, e alimentò a dismisura il suo mito, spandendogli intorno quell’alone di mistero che accrebbe, con la curiosità, l’attenzione del pubblico. A completare l’opera la moglie Letizia, che a sua volta non amava essere amata, vietò a chicchessia l’accesso alla salma, estendendo così oltre la morte quell’isolamento del marito che per anni lei stessa aveva protetto, e sobillato.

Oggi, dieci anni dopo, il nome di Battisti, la sua osannata vicenda creativa mantengono tutta l’indeterminatezza che lui aveva voluto, e che fiumi d’inchiostro, testimonianze, indiscrezioni non hanno dissipato: tanto tenace fu il suo culto della solitudine, e tanto enigmatico, oltre che strategico, il suo ritegno. Così un suo ritratto non può che risolversi in intrico d’interrogativi irrisolti. Per esempio, come accadde che un buon musicista fosse elevato, dall’immaginario collettivo, al rango di genio? Che un modesto cantante - intonazione imprecisa, voce fievole, scarsa estensione - passasse per interprete straordinario? E che cosa suscitò, attorno al suo nome, risibili bufale, come una sua inesistente fede fascista? E chi sostenne che la sua musica, interclassista come del resto è sempre la musica, mirasse ad un pubblico politicamente moderato, così da indurre i fan di sinistra ad ascoltarlo, altra fandonia, di nascosto? Lui peraltro non rispose mai: smentire avrebbe significato infliggere una piccola falla, alla compattezza fruttuosa del suo mistero.

Così ricordiamo, oggi, Lucio Battisti sulla scorta delle avare notizie che lui lasciò trapelare: la nascita a Poggio Bustone, nei pressi di Rieti, l’approdo a Milano, chitarra a tracolla, l’esordio tra i Campioni di Tony Dallara e poi la grande fortuna della sua vita, l'incontro con Mogol. Che dapprima giudica non eccelso il talento battistiano, poi decide d’aiutarlo a crescere: gli scrive splendidi testi, ne diventa pigmalione e maestro, ne rafforza il gusto e fors'anche l'inventiva.
Prende forma così lo stile battistiano: figlio di molti stili, e tuttavia inconfondibile. Vi confluiscono il senso, tutto italiano, della melodia sinuosa, i rapinosi crescendo e insieme i suoni e i ritmi anglosassoni. Gli echi del Brasile, la levigatezza del pop e talora l’impazienza del rock, o le armonie eterodosse del jazz. Ma non meno fecondo è l’apporto di Mogol. In quei tardi anni Sessanta in cui decollano De André e Guccini, e Gaber ripudia le canzonette per votarsi all’impegno civile, il maestro milanese non rinuncia ai suoi bozzetti d’amore e di vita spicciola, né al suo intimismo mai banale. Mogol non ha rivali, nello smascherare l’epopea nascosta del quotidiano, la grandezza sommessa della piccole cose, il profilo antiretorico, antioleografico della realtà. Grande tecnico, i suoi testi s’adattano perfettamente alla musica di Battisti e ai suoi tratteggi spesso imprevedibili. E nascono così pagine come 29 settembre, Acqua azzurra acqua chiara, Mi ritorni in mente. E ancora Fiori rosa fiori di pesco, I giardini di marzo, Pensieri e parole, La canzone del sole. Nonché Emozioni, di tutto il canzoniere battistiano la pagina, come da titolo, più emozionante: ché a una melodia monocorde suppliscono il testo di Mogol e l’arrangiamento di Reverberi, straordinari entrambi.

Poi subentrano dissidi, interessi contrapposti, insofferenze crescenti: la coppia scoppia. E il mito di Battisti imbocca un tunnel acceso soltanto da bagliori saltuari. La collaborazione col poeta Pasquale Panella induce una musica gelida, tecnologica, tutta di testa. Su liriche dove l'emozione latita dietro geniali, ma inestricabili giochi di parole. Il primo album del nuovo corso, Don Giovanni, è a suo modo un capolavoro. Gli altri assai meno. Ma il più, e il meglio, è già stato fatto.