Decine di corpi nel metrò, i morti sono almeno 80

I vigili del fuoco: per fortuna il tunnel non ha ceduto

Guido Mattioni

«Là sotto è l’Inferno». Lo specialista in esplosivi, appena uscito dal «ventre» di Londra, è sconvolto, distrutto dalla fatica, col volto annerito dalla fuliggine. Tra un sorso d’acqua e l’altro racconta ciò che ha visto «là sotto», all’Inferno, a 21 metri di profondità, dove operano le squadre impegnate a recuperare i cadaveri di quei passeggeri che giovedì mattina hanno trovavato la morte mentre viaggiavano sul treno della Piccadilly Line, tra le stazioni di King’s Cross e Russell Square. «Là sotto», dice, si combatte contro una temperatura di 60 gradi, un’aria ammorbata da un tanfo insopportabile, una micidiale nuvola di polvere d’amianto e - orrore nell’orrore - in mezzo a un esercito di migliaia di topi che sembrano accorsi «là sotto» da ogni angolo del sottosuolo londinese.
«Sarà un processo lento, metodico, pericoloso», mette comunque le mani avanti Andy Trotter, vicecapo della polizia dei trasporti, come a dire che ci vorranno dei giorni, parecchi giorni, prima di poter avere il numero completo delle vittime. Si sa però che ieri, da quel tunnel, è stato recuperato un numero imprecisato di corpi (o parti di essi). Per ora, quindi, la contabilità provvisoria resta ferma a 49 morti accertati, a 25 dispersi, più il numero potenziale e imprecisato delle vittime ancora «là sotto». Finora sarebbero dunque almeno 80, ma quota 100 potrebbe essere, purtroppo, una cifra realistica, tenuto anche conto delle persone (oltre 20) che continuano a lottare contro la morte in ospedale.
Una piccola, parziale buona notizia, Trotter è stato comunque in grado di darla: sembra infatti fortunatamente scongiurato il pericolo di crollo della volta del tunnel della Piccadilly Line, più stretto e più profondo rispetto a quelli dove si erano verificati i due altri scoppi. «Là sotto», le squadre devono comunque procedere per 500 metri lungo le rotaie, nelle condizioni ambientali già descritte, prima di poter arrivare al vagone distrutto. E ieri, per facilitare almeno in parte il loro compito, è iniziato il lavoro di aggancio e di traino in superficie degli altri vagoni superstiti. Una fase che, come del resto tutte le altre, richiede la massima attenzione per non correre il rischio di «inquinare» le prove.
Per la squadra scientifica è infatti di vitale importanza poter esaminare ogni più piccolo frammento, ogni minima traccia chimica di esplosivo, per potervi magari «leggere» una firma. C’è quindi giustificata ansia, quasi fretta, nel lavoro di questi uomini. Tutti sanno, come ha dichiarato ieri una fonte della Polizia, che «si lavora con la convinzione che quelli che l’hanno fatto sono ancora là fuori e possano farlo ancora». Il lavoro di analisi, quindi, «potrebbe salvare molte vite».
La consapevolezza di essere ancora nel mirino degli attentatori è stata del resto ribadita ieri dal ministro britannico agli Interni. «La nostra paura - ha detto Charles Clarke - è che fino a quando non riusciremo a catturare i responsabili ci possano essere altri attentati dopo quelli di Londra. Per questo - ha aggiunto - l’obiettivo numero uno è catturare chi ha compiuto le stragi giovedì. Un obiettivo, quello di mettere le mani in tempi rapidi sui terroristi, di cui Clarke si è detto peraltro «sicuro».
Restando in tema di ordigni, sarebbe di fonte non inglese, bensì di ambienti dell’intelligence italiana, la voce ripresa dal settimanale Time secondo cui l’esplosivo usato a Londra potrebbe essere stato fornito ai terroristi da Abu Musab al Zarqawi, il giordano responsabile di Al Qaida in Irak. La tesi confermerebbe due diverse fonti statunitensi, sempre citate da Time. Una indica che «gli inquirenti stanno tentando di capire se c’è compatibilità» tra gli esplosivi iracheni e quelli di Londra. La seconda ricorda che «al Zarqawi è un fornitore potenziale in quanto controlla quantità illimitate di esplosivo e munizioni. L’unico problema è come farli uscire dall’Irak e consegnarli alle persone giuste».
Stando comunque ai giornali britannici, la polizia inglese sarebbe convinta che gli attentati di giovedì siano stati portati a termine, come scrive il Telegraph, «da un piccolo, molto piccolo numero di uomini» arrivati negli ultimi mesi in Gran Bretagna dall’Europa continentale o dal Nord Africa. Non si tratterebbe quindi di elementi isalmici radicati nel Regno Unito. «Siamo convinti - ribadisce infatti sempre al Telegraph un’alta fonte governativa - che non si sia trattato di una cellula basata in Gran Bretagna». Secondo le fonti del quotidiano Independent, invece, gli inquirenti si starebbero concentrando sull’ipotesi che ad agire sia stata una banda criminale «pulita», sconosciuta alle polizie europee, giunta forse dai Balcani e «prezzolata» per compiere gli attentati.
Di parere totalmente opposto è invece Lord Stevens, ex capo di Scotland Yard, dichiaratosi «quasi certo che gli attentati siano stati opera di terroristi nati e cresciuti in Gran Bretagna». In un’intervista a un tabloid, l’ex super poliziotto afferma inoltre che sostenere la pista straniera «è una dannosa illusione».