Il declino come spot

Non esiste campagna mediatica che abbia avuto più successo di quella sul declino dell’Italia. Si fondava sulla difficile congiuntura europea, ma si è concretizzata sulla critica più cieca alle mosse di politica economica del governo Berlusconi. Nelle prossime settimane, ma qualche sapore già lo sentiamo in questi giorni, saremo inondati da una rinnovata fiducia sulle nostre possibilità. Le campagne ideologiche sono fatte così. Un giorno la sinistra considera il Financial Times autorevole perché denuncia l’avvicinarsi del rischio Argentina e il giorno dopo lo diventa meno perché critica l’armamentario assistenziale del programma prodiano. Discorso che vale ovviamente anche per il governo in carica: Siniscalco usava il Financial Times contro il governatore Antonio Fazio, non accorgendosi evidentemente delle critiche che lo stesso foglio muoveva al suo ministero.
Ieri, ad esempio, non la stampa, ma i numeri della nostra economia reale hanno parlato chiaro. Gli ordinativi sono saliti del 14 per cento e il fatturato dell’8,1 per cento. I primi anticipano ovviamente il secondo e hanno fatto segnare il balzo più alto degli ultimi sei anni. Tra i settori che hanno beneficiato di più del rinnovato interesse ci sono le pelli e le calzature. Solo una settimana fa la produzione industriale era cresciuta del 3,4 per cento. Numeri che raccontano un’economia in ripresa, e aziende che si sono rimboccate le maniche. State certi che tra qualche mese il prendere corpo di questa ripresa diventerà un fiume in piena, per gli stessi che fino a ieri denunciavano un declino italiano.
Le cose purtroppo non sono così semplici. Il declino italiano non c’è e non ci sarà. E i numeri di questi giorni lo dicono chiaro. C’è, e si sente, un grave problema europeo.
Negli ultimi dieci anni la nostra produttività (Ue) è cresciuta la metà di quanto sia avvenuto negli Stati Uniti. In Europa ci sono cinque imprenditori ogni 1000 abitanti, contro i 10,5 americani e i 12,5 cinesi. Il 37 per cento dei cittadini europei tra i 15 e i 64 anni non lavora, contro il 29 per cento degli americani. Gli impiegati a stelle e strisce lavorano 1800 ore l’anno, contro le circa 1400 medie dei grandi europei. L’unica grande impresa internet di successo planetario, made in Europe, nata negli ultimi due anni si chiama Skype. È stata venduta agli americani di Ebay per 4 miliardi di dollari. Tra il 1980 e il 2002 la popolazione americana è cresciuta di un quarto, assorbendo un’emigrazione monstre. E nel frattempo ha creato il 38 per cento di nuovi posti di lavoro.
E allora. Qualcuno ci spieghi che differenza fa uno zero virgola di differenziale della crescita del Pil tra Italia e Germania. Nulla, assolutamente nulla. L’Europa, e l’Italia con essa, deve completamente cambiare il proprio modello di sviluppo, se non vuole limitarsi ad agganciare la corsa degli altri.
Nelle settimane scorse una multinazionale con una fabbrica a Bari ha ottenuto dai propri dipendenti, per esigenze straordinarie, di lavorare il 25 di aprile. Offrendo in cambio un recupero di vacanza la settimana dopo. I dipendenti, con un intelligente spirito di flessibilità, hanno accettato. Sindacati esterni all’azienda e un senatore (di Forza Italia) hanno contestato. Questo sì un piccolo pezzo di declino italiano.