Decollo o sfascio, è l’ultima chance di Alitalia

I 300 milioni ad Alitalia, visti da sinistra: un regalo pagato dai contribuenti. Visti da destra: il male minore, di fronte al rischio di diventare una dépendance della Francia, come Carlà. Ma l'Italia è la settima potenza economica mondiale, con regioni fra le più ricche d’Europa, primaria destinazione turistica, un potenziale di 200 milioni di passeggeri, e la tratta più redditizia del mondo, la Milano-Roma. Con questi numeri, per rimetterci un milione di euro al dì («più voliamo, più perdiamo», la sintesi dell'indimenticato amministratore delegato Cimoli, due milioni l’anno di paghetta), non è indispensabile essere incapaci, però aiuta. Alitalia prima o poi sarà studiata nelle università. Titolo: come non gestire un’impresa. Corso progredito.
I conti Alitalia sembrano un film di Dario Argento. In rosso da 20 anni. Bruciati 5 miliardi, di cui 3,5 pagati dallo Stato. Cioè da voi: allegri!
Come ha fatto? Chiedere ai guru succedutisi alla cloche con paghe da milioni. Senza menar le mani, se potete. Osate chiedere tutto quello che non avreste mai voluto sapere. Perché la guerra contro Aeroporti di Roma, pagata con tariffe che crescevano solo per Alitalia. Perché un pilota Alitalia lavora il 15% meno dei suoi colleghi, e negli anni '90 circa la metà (40 ore al mese). Perché Az Servizi, che monsieur Spinettà non a caso voleva rifilare a Fintecna, carica ad Alitalia Fly un terzo in più del prezzo di mercato, scaricando su questa 150 milioni annui di perdite. Perché lo Stato regalò ai dipendenti il 20% delle azioni. Perché il sindacalista Angioletti diventò amministratore di Eurofly (società charter di Alitalia che presto si inabissa allegramente) intascando quasi 900mila euro all’anno. Perché si ritardò il trasloco dei voli a Malpensa fino a far fuggire l’alleata Klm con cui si poteva dar vita al primo vettore europeo. Perché si permise che i voli fossero paralizzati dalle «emicranie» in massa dei piloti, senza che né l'Iri né il governo avessero da ridire. Domande d’esame: sapendo che ogni aeromobile ha due piloti, spieghi il candidato perché Alitalia Cargo ha 5 aerei e 120 piloti. Sapendo che l’indennità-lettino compensa (fino a 1.800 euro al mese) il mancato riposo sugli aerei senza lettino, spieghi il candidato perché è elargita anche ai piloti di aerei che il lettino lo hanno.
Qualcuno che dorme c’è, se nel 2005 le azioni valgono 80 centesimi e oggi 44. Forse. Perché il titolo è sospeso. E negli ultimi mesi è andato in Borsa come al luna park: sulle montagne russe. Quasi tutti hanno perso, qualcuno si è arricchito, Consob indaga, Alitalia affonda.
Al solito: una gestione al di sotto di ogni sospetto, un circo di ingerenze partitiche, politiche clientelari, amministratori incapaci o lottizzati. Perché in fondo che cos’è un milione al giorno? Meno di due centesimi per ognuno di noi. E i vantaggi, per i soliti furbetti, ci sono.
Che una pessima azienda sia inghiottita da una migliore non è un’ingiustizia. È il mercato: lo strumento che serve a separare il denaro dagli imbecilli. Il guaio è che qui a rimetterci sono gli italiani, che graviterebbero sempre più sulla Francia (con maggiori costi e tempi), vedendo dirottare i flussi turistici. Il prestito lo eviterà? Forse. È un aiuto di Stato? Certo che lo è, non ci prendiamo in giro. Di quelli che l’Unione europea non vuole, proprio perché si rischia di diventare come Alitalia, che infatti ci ha campato finora. Questo qui, però, deve servire a chiudere il ciclo e aprirne uno nuovo, che con una gestione finalmente efficiente e rigorosa crei ricchezza anziché distruggerla. E questo a sua volta postula che si trovino i soci finanziari, e, soprattutto, il socio industriale in grado di dare un drizzone ai conti; e che questo governo faccia fare un bel passo indietro ai partiti, tenendoli il più possibile alla larga dalla «nuova» Alitalia. Altrimenti coi 300 milioni si paga solo un giro di ottovolante: quello che porta al fallimento. E bisogna far presto. Concetto insolito per Alitalia, che secondo alcuni sarebbe acronimo di «Always Late In Take-off, Always Late In Arrival» (sempre tardi al decollo, sempre tardi all’arrivo). Ecco, appunto: ora basta. Questo è l’ultimo aereo.
* Senatore del Pdl