Decreto Afghanistan D’Alema contro tutti: o passa o si va a casa

Unione nel caos. Prc, Pdci e Verdi hanno insistito fino all’ultimo per il rinvio. Oggi il governo vota la missione

da Roma

«Un qui pro quo, un equivoco», spiegano a sera dalla Farnesina. Il decreto sulla missione in Afghanistan sarà discusso oggi dal Consiglio dei ministri, «con l’obiettivo di approvarlo», fa sapere Massimo D’Alema.
L’annuncio arriva alle 20.30. Solo un’ora prima, fonti di Palazzo Chigi avevano comunicato che il decreto invece non era all’ordine del giorno: cosa sia successo nel frattempo, e chi sia il responsabile del qui pro quo denunciato dal ministero degli Esteri, è difficile da scoprire. Sempre fonti di palazzo Chigi (le stesse? Altre?) diffondono intanto un’errata corrige: «Il mancato inserimento del decreto sul rifinanziamento delle missioni nell’ordine del giorno non sta a significare che il provvedimento non sarà esaminato o approvato».
È la bizzarra conclusione di una giornata durante la quale la confusione dentro l’Unione e nel governo è apparsa totale. A sera in Transatlantico il capogruppo verde Bonelli scuoteva la testa: «Non so che dire, il governo continua a comunicarci cose diverse ogni ora, prima che c’è, poi che non c’è, poi che c’è ma non si vota...». Alla fine, par di capire, l’ha spuntata D’Alema, che chiedeva di togliersi il dente subito. Anche perché lui venerdì deve partecipare al vertice della Nato, «e sarebbe imbarazzante arrivarci senza che il governo sia riuscito a rinnovare la missione». La sinistra radicale premeva invece per un rinvio del decreto a martedì, «così c’è più tempo per trattare sul testo», spiegava il verde Paolo Cento. Romano Prodi è stato tentato di accettare, anche per una ragione d’immagine: oggi il Consiglio dei ministri deve varare la famosa «lenzuolata» di liberalizzazioni (sulla quale per altro Bersani e la Margherita a sera erano ancora ai ferri corti), e il dissenso sull’Afghanistan di almeno tre ministri rischia di oscurare l’effetto positivo dei parrucchieri aperti il lunedì.
Già, perché comunque vada e qualunque sia il testo del dl sulle missioni, i rappresentanti di Prc, Verdi e Pdci nel governo si rifiuteranno di votarlo (volevano votare contro, ma Prodi li ha convinti a evitare un atto «dirompente»). Un non voto tutto politico, che serve a dare alle rispettive basi parlamentari l’idea che si tiene il punto finché non si ottengono risultati concreti. Quali? Intanto più soldi alla cooperazione civile in Afghanistan. Sul tema però c’è stato ieri uno scontro tra D’Alema e il ministro della Difesa Parisi, secondo il quale i civili inviati in Afghanistan, che il ministro degli Esteri proponeva di aumentare, servono a poco e devono essere protetti dai militari, con grave dispendio di energie. Poi un impegno del governo a chiedere una conferenza internazionale di pace, «ma sappiamo tutti che è un’ipotesi già naufragata», nota Cento. «Tre quarti dei Paesi Nato sono contrari, a cominciare dagli Usa e dallo stesso Karzai», constata il capogruppo Prc Gennaro Migliore. Senza contare i costi: ieri sera i tecnici del governo erano alle prese col problema della copertura finanziaria del decreto, che non tornava perché le poste stavano lievitando a furia di ipotetiche concessioni. Tanto che i soldi in più alla cooperazione potrebbero essere quelli già stanziati e non spesi nel 2005. I Verdi sostengono che si potrebbe inserire anche una data di scadenza per la missione: «Nel 2008 finisce il mandato Onu, si potrebbe scrivere che poi la missione verrà riconsiderata», suggerisce Cento: il mandato delle Nazioni Unite sarà poi prorogato, ma intanto a marzo i parlamentari dell’Unione potrebbero votare il decreto credendo di aver ottenuto la data del ritiro.
Ma la verità, spiegano dal Prc, è che lo stesso D’Alema, nei colloqui con gli alleati, ha fatto capire che «i margini di trattativa stavolta sono molto ristretti». Per questo la situazione si è fatta incadescente nelle ultime ore, e il governo «si è reso conto di essere davanti a un bivio cruciale», dicono i bertinottiani: «Se non pone la fiducia, la missione passa coi voti della Cdl e la maggioranza non c’è più. Se la pone, forse un po’ di dissidenti si piegano, ma Prodi rischia l’osso del collo». D’Alema reagisce facendo la voce grossa: «Il governo deve avere la maggioranza sulla politica estera», dice, altrimenti salta. Una prova di forza per far rientrare i dissidenti, avallata anche dal segretario Prc Giordano. Ma è da vedere se funzionerà.