UN DECRETO DA BUTTARE

Se mancava una prova, il dramma sfiorato dalla tifosa sampdoriana domenica ad Ascoli è la più pesante e drammatica delle prove possibili. Il decreto, convertito in legge, sul biglietto nominale allo stadio non serve a nulla. E, d’un tratto, anche l’obiezione di chi diceva «però, da quando c’è il decreto non è successo più nulla di grave», viene cancellata dai fatti. Solo un miracolo divino ha evitato che siamo qui a piangere una morta da stadio, alla faccia di tutti i biglietti nominali di questo mondo.
E’ inutile girarci attorno con le parole: il problema non è il nome sul biglietto, che rischia di tenere lontano dallo stadio solo la brava gente che va a vedere la partita la domenica con la famiglia. Il problema, ad esempio, è che il sedicenne che ha rischiato di uccidere una mamma di famiglia è a casa e non in galera. Oppure che uno dei tifosi interisti responsabili del lancio dei fumogeni contro il portiere milanista Dida a San Siro lo scorso anno, era lo stesso che qualche stagione calcistica prima aveva tirato un motorino - un motorino! - dagli spalti del Meazza. Oppure che gli assassini di Paparelli a Roma o, a Genova, di Claudio Spagnolo se la sono cavata con una pena ridicola rispetto all’enormità di quello che hanno fatto. O, sempre per restare in città, seppure all’esterno dello stadio, che non ci sono notizie di punizioni per chi ha messo a ferro e fuoco la città quest’estate durante le manifestazioni in nome del Genoa. Che di genoano non avevano nulla.
Il problema è la certezza delle pene, la volontà di voltare davvero pagina, di rompere ogni connivenza. E questa volontà non sempre appare palese, anzi. Il resto sono pannicelli caldi. Il resto sono decreti come quello sul biglietto nominale, nati con tanta buona volontà, ma sbagliati, controproducenti e inutili. Da ritirare. Oggi. Domani è tardi.