Decreto di espulsione incomprensibile: il giudice assolve due ucraini clandestini

di Ferruccio Repetti

«Niet, non kapisk, ucraìn, salut»: tutto qua, più o meno, quello che sono riusciti a farfugliare mamma cinquantenne e figlio ventisettenne, d’origine ucraina, al giudice del Tribunale di Chiavari che li aveva convocati per contestare il mancato assolvimento dell’obbligo di espulsione. A fare da tramite ci ha provato un interprete, considerato avvezzo all’idioma dell’ex repubblica sovietica. Ma è andata ancora peggio. Insomma, un incasinamento totale, per via di quella lingua parlata nell’Est che somiglia un po’ al russo e un altro po’ al bielorusso, ma con contaminazioni di polacco. Il tutto shakerato in cirillico. E scusate se è poco. Comprensibile l’imbarazzo dei magistrati, che però si è trasformato in un atout formidabile per la difesa. Infatti, la giustificazione addotta dai due, tramite l’interprete, è stata: «Sì, d’accordo, siamo clandestini, e ci hanno pure scoperto in un appartamento di Rapallo dove eravamo ospiti di un connazionale (lui, invece, da anni regolarmente residente in Italia). Ma, oibò!, abbiamo anche ricevuto il decreto di espulsione scritto in italiano. E - come ha eccepito il difensore, in assise - non abbiamo capito una mazza, ma che dire?, neanche una virgola».
Ecco perché, di quel foglio recapitato dai carabinieri in casa del connazionale italo-rapallino, non hanno tenuto gran conto, finendo per trattarlo come un biglietto d’auguri di Natale: «Bellik, simpatik, non kapisk, salut». E ai militari dell’Arma hanno fatto ampi inchini e sorrisi, signorilmente corrisposti, come si fa con chi ti porta un regalo. Neanche a pensare di chiedere consiglio all’amico ospitante, che pure conosce bene l’italiano: «Siamo o no ucraini doc? - questo il concetto -. E allora ci devono parlare e scrivere in ucraino, al massimo in bielorusso, e soprattutto in carattere cirillico. Se no, tanti salut, e di qua non mi skiod». Ha avuto un bel sostenere il pubblico ministero al processo che la coppia meritava una condanna esemplare, cinque mesi e venti giorni di reclusione per l’esattezza. Il giudice non ha sentito ragioni e ha deciso di assolverli, per il semplice motivo che era stato notificato ai clandestini un documento «in lingua sconosciuta». L’Italiano. A proposito: è appena sbarcata una famiglia proveniente dall’India più profonda. Sono immigrati irregolari, ma se ne stanno beati e tranquilli. Dicono a tutti che non capiscono. Tanto, chi ci si mette a scrivere il decreto di espulsione in «chhattisgarhi», due acca e due ti, che è la loro lingua madre?