Decreto fiscale, fiducia con rissa la maggioranza assalta la manovra

Vertice notturno tra Prodi, Padoa-Schioppa e Bersani: allarme per i 3mila emendamenti presentati dall’Unione

Fabrizio Ravoni

da Roma

L’ottavo voto di fiducia, chiesto dal governo Prodi, arriva in serata con 327 “sì”. E a Palazzo Chigi va di scena l’ennesimo vertice notturno sui conti pubblici fra Prodi e Padoa-Schioppa, Visco, Bersani. Il governo è preoccupato per gli emendamenti alla Finanziaria. La maggioranza ne ha presentati quasi 3mila, il governo 200.
A Montecitorio va di scena il voto sul decreto fiscale che anticipa la legge finanziaria. Ed è subito bagarre. Complice la diretta tv, diventa l’occasione per alcuni partiti della maggioranza per marcare le distanze dal governo; e per l’opposizione per organizzare una protesta in aula con tanto di cartelli.
Romano Prodi entra nell’aula solo per l’intervento di Dario Franceschini. Di colpo si riempie il tavolo del governo (con D’Antoni che viene invitato da Rutelli a cedergli il posto, mentre Visco occupa quello di Padoa-Schioppa). Il capogruppo dell’Ulivo elenca i contenuti del provvedimento. Come finisce, scatta la protesta. Il gruppo di Forza Italia alza di colpo cartelli con la scritta «Prodi bugiardo». Il presidente del Consiglio li guarda e sorride. Un «vaffa» di Mauro Fabris (capogruppo di Mastella) all’azzurro Paolo Romani fa volare un giornale. I due gruppi si avvicinano, e tornano in campo i commessi a separare i parlamentari, dopo aver sequestrato i cartelli. Bertinotti sospende la seduta.
In questo bailamme, Giulio Tremonti sta in piedi sui corridoi dell’aula. Il vicepresidente di Forza Italia, nel suo intervento, mette in luce le contraddizioni del decreto, oggetto di voto di fiducia. Ricorda che il testo pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale prevede l’esenzione del bollo per le auto ecologiche, mentre nel testo oggetto del voto questa esenzione è scomparsa. Lo stesso vale per la tassa di successione. «Siete stati capaci - dice rivolto alla maggioranza e al governo - di cambiare tre regimi sulle successioni in due mesi». Poi parla delle scelte del governo in materia di evasione fiscale. «Visti i grandi numeri dell’evasione - osserva Tremonti - il problema deve essere gestito dalla Politica, non dalla polizia. Voi, invece, pensate di risolvere il problema con ricette burocratiche che impongono una quantità enorme di adempimenti». E ricorda che fra il 1996 e il Duemila c’è stato «il record dell’evasione fiscale».
E a questo punto, all’ex ministro scappa la parafrasi di una frase di Guido Carli. Quando era governatore della Banca d’Italia, per giustificare la scelta di battere moneta, Carli disse: non posso impedire di pagare gli stipendi alle maestre e ai Carabinieri. E Tremonti, per spiegare perché introdusse i condoni, spiega: «Li ho fatti, in periodi di crescita zero, perché non potevo non pagare le spese della sanità e delle pensioni». E aggiunge: «Se quei condoni sono andati bene è solo perché negli anni precedenti c’era un record di evasione fiscale».
Ignazio La Russa, a nome di An, critica la scelta del governo del voto di fiducia; e spiega che, in realtà, il voto è stato chiesto per compattare la maggioranza, e non per l’atteggiamento della Cdl. «In base agli articoli del decreto, potevamo presentare 2.742 emendamenti - dice -, ne abbiamo presentati 400. In realtà, è per lo scontro fra Di Pietro e Mastella che è stato messo il voto di fiducia».
Che il clima non sia fra i più sereni all’interno della maggioranza, si capisce dall’intervento di Gennaro Migliore. Il capogruppo di Rifondazione comunista si schiera al fianco di Prodi. «C’è chi chiede l’avvio della “fase due” del governo. Non capisco. In più, chiedo al governo: quanti investimenti verranno fatti con il Tfr, con il salario dei lavoratori, passato all’Inps?». Per essere più chiaro che si rivolge a Fassino, aggiunge: «Basta con questo allarme sulle pensioni. Come viene in mente a qualcuno di parlare di queste cose? Gli unici interventi che devono essere fatti in materia previdenziale sono l’abolizione dello scalone del 2008 (da 57 a 60 anni) e l’aumento delle pensioni minime».