Il decreto resta in alto mare Pesano i «no» di Lega e Tremonti

RomaLe nubi nella maggioranza non si diradano. Si attendono due momenti clou: l’intervento di Tremonti al meeting di Rimini, previsto per stamattina; e l’incontro tra Berlusconi e Bossi, fissato per lunedì ad Arcore. L’obiettivo: risolvere il rebus delle modifiche alla manovra. Ma, causa i veti del ministro dell’Economia e del Carroccio, la soluzione resta un rompicapo. Con un’aggravante: il gelo tra premier e ministro dell’Economia è a livelli polari, visto che i due si sarebbero parlati, sì, ma solo per due minuti.
Così, man mano che passano le ore, nel Pdl si paventano foschi scenari: la manovra passa più o meno così com’è; i mercati, dopo un periodo di finta quiete, tornano in tempesta; sulla necessità di un altro intervento la Lega coglie il pretesto per staccare la spina; porte aperte a un governo tecnico con la benedizione di Napolitano. Panorama inquietante per Berlusconi che ha riposto tutta la sua fiducia nelle capacità di mediazione di Alfano. Il quale media il mediabile. Tuttavia, su nessun capitolo della manovra s’è arrivato a un accordo pieno nella maggioranza di governo. Nel dettaglio.
AUMENTO DELL’IVA
Sembra quasi scontato un aumento dell’1/1,5% sui beni attualmente colpiti al 20% (vale a dire quei beni non considerati di prima necessità, su cui si paga il 10 e il 4%). La misura, caldeggiata da quasi tutto il Pdl, potrebbe sostituire quello che il Cavaliere considera come «l’orribile» contributo di solidarietà. Buona parte del Pdl sostiene che in tutta Europa s’è fatto così. Peccato che sul ritocco ci sia l’altolà di Tremonti e lo scetticismo del Carroccio. In particolare, sostengono molti esponenti pidiellini antitremontiani, «questa è una carta che il ministro dell’Economia vorrebbe tenersi come eventuale jolly più in là».
CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ
Il Cavaliere vorrebbe cancellarlo ma, se proprio non si può, almeno alleggerirlo. O innalzando la soglia minima dai 90mila euro di reddito ai 200mila con un’aliquota del 5%; oppure farla scattare ai 150mila euro ma con la correzione del quoziente familiare. Nelle ultime ore il Cavaliere starebbe valutando, sempre obtorto collo, se cedere a soglia 130mila. Anche qui c’è il veto di Tremonti.
TAGLIO ALLE PROVINCE
Della serie: dalla mannaia al tronchesino. Buona parte del Pdl vorrebbe segarle tutte ma, anche in questo caso complice il niet della Lega che ne governa un po’, sembra si sia raggiunto un accordo al ribasso. Rinviare il tutto a un ddl Costituzionale (tradotto: decidere più in là). O, in ogni caso, tagliarne di meno, in virtù di una telefonata Tremonti-premier. A oggi l’ipotesi è quella di sopprimere le Province che non raggiungono i 300mila abitanti o hanno un’estensione inferiore ai 3mila chilometri quadrati. In questo modo ne salterebbero 29.
PENSIONI
È una delle cosiddette riforme strutturali. Il Pdl vorrebbe innalzare l’età per l’uscita dal lavoro ma anche su questo tema pesa come un macigno il niet del Carroccio. Oggi è previsto che dal 2013 scatti la «quota 97». Ossia: a riposo a 61 anni con 36 di contributi oppure a 62 con 35 di contributi. Il Pdl spinge perché si passi, già dal 2012, a quota 98 (62 di età più 38 di contributi, oppure 63 di età più 35 di contributi). Ma, anche in questo caso, se lo spiraglio di un accordo c’è, c’è al ribasso: si tratterebbe di trovare incentivi per rimandare la scelta del riposo.
ENTI LOCALI
Attualmente la mannaia parla di 6 miliardi di euro in meno per Regioni, Province e Comuni. La battaglia è di ridurre il sacrificio della metà. Questa sembra essere una carta da spendere nella partita con la Lega. Della serie: concediamo di tirare meno la cinghia a patto che il Carroccio molli sul resto. Ma su questo punto sarebbe il Cavaliere a tener duro: è tempo di sacrifici per tutti, è il senso del suo ragionamento.