La dedica all’amico che non c’è più: «Se ce l’ho fatta, il merito è tutto suo»

Grenoble Sono in tanti a festeggiare la vittoria di Cadel Evans: quasi la totalità del gruppo. Un po’ perché sono in tanti a riconoscere la forza del corridore australiano, che è stato superlativo dall'inizio alla fine. Un po’ perché «quei due là» non li sopporta quasi nessuno.
Troppo presuntuosi. Troppo sicuri di sé. Soprattutto troppo sicuri di aver già vinto, a tal punto che l'altra sera all'Alpe d'Huez i due fratellini hanno fatto le ore piccole per festeggiare una vittoria che era ancora tutta da ottenere. Loro lo sentivano ormai un affare di famiglia, ma questa volta il vero affare l'ha fatto Cadel Evans.
Sono in tanti a festeggiare la vittoria di Cadel Evans: anche gli italiani. Soprattutto la moglie, Chiara Passerini, pianista professionista che ha seguito il marito per tutto il Tour. «Se lo merita, perché per anni ha inseguito questo sogno, per due volte l'ha sfiorato, questa volta è stato premiato».
Sono in tanti a festeggiare la prima vittoria australiana.
«È riuscito a farmi piangere - ci racconta Giorgio Squinzi, presidente di Mapei nonché della Federazione della chimica europea e mentore dell'australiano, quando lo fece passare professionista -. Questo ragazzo è sempre stato un esempio di serietà e impegno. Un atleta che ha sempre fatto con meticolosità un passettino alla volta, e penso proprio che possa essere considerato il volto più spendibile e credibile del ciclismo di oggi. Mi ha fatto piangere quando mi ha detto: “se sono quello che sono è grazie anche a voi” e io non ho saputo trattenere le lacrime».
Sono in tanti a festeggiare per questa maglia gialla storica.
«Noi prepariamo Cadel da tanti anni - ci dice il dottor Claudio Pecci, direttore del Centro Mapei di Castellanza -. È un ragazzo eccezionale: umile e scrupoloso. Lui è un atleta d alle enormi potenzialità. Quello che vivrà oggi a Parigi è un premio ad una carriera esemplare».
Sono in tanti a festeggiare, soprattutto lui: Cadel Evans: «È il giorno più bello della mia vita. Voglio solo dedicare questa vittoria ad Aldo Sassi, un amico, un fratello, che per anni mi ha seguito con le sue tabelle. Era il direttore del Centro Mapei, e all'inizio di quest'anno un male incurabile ce l'ha portato via. Lui ha sempre creduto in me. Lui ha sempre pensato che io un giorno potessi vincere il Tour de France. Se quest'anno ce l'ho fatta, il merito è tutto suo».