«Dedico il mio premio ai giornalisti»

Pedro Armocida

da Venezia

Come sempre il diretto interessato, ovvero il presidente della Giuria, nega che ci siano stati dissensi nelle decisioni prese poche ore prima. Questa volta è toccato al nostro scenografo, il premio Oscar Dante Ferretti, l’ingrato compito di difendersi dalle voci che parlavano di grandi divisioni dei giurati, facendosi però, alla fine, sfuggire questa frase: «Abbiamo tutti votato democraticamente e con la maggioranza semplice». Che tradotto vuol dire: nessun plebiscito su Brokeback Mountain di Ang Lee, vincitore del Leone d’oro. E forse conferma anche una probabile accesa discussione sull’esclusione dal palmarès di un’attrice come Isabelle Huppert che in Gabrielle di Patrice Chereau ha dato, ancora una volta, una grandissima prova attoriale. Ecco allora che la Giuria per non farle mancare un riconoscimento ha tirato fuori dal cilindro un inatteso «Leone speciale per lo straordinario contributo dato al cinema», utilizzato l’ultima volta, pensate un po’, ben vent’anni fa. «Non è stato un compromesso - continua a sostenere Dante Ferretti - perché abbiamo avuto un forte rispetto per questa grandissima attrice che ha lavorato in un film su cui, in effetti, non ci eravamo soffermati».
Isabelle Huppert, che gli siede accanto nella conferenza stampa di chiusura, forse non capendo che Ferretti ha appena finito di dire che ai giurati il film non è piaciuto, ci tiene comunque a ringraziare: «È il terzo premio che ricevo qui, gli altri due erano stati con Claude Chabrol. Mi fa molto piacere perché questa Mostra dà importanza a un tipo di cinema troppo spesso dimenticato. Spero proprio che Venezia non diventi un luogo di sopravvivenza del cinema». L’altra attrice protagonista di Venezia 2005 è la nostra Giovanna Mezzogiorno che, Coppa Volpi in mano, ha voluto esprimere un desiderio: «Mi piacerebbe che il pubblico capisse a fondo il tema centrale di La bestia nel cuore. E cioè che da un grandissimo stravolgimento si può uscire felici, come capita ai due fratelli del mio film che affrontano il dolore dell’incesto durante l’infanzia per poi riscoprire, da grandi, un nuovo bellissimo rapporto». Ma il pubblico sembra averlo già capito, visto che il film della Comencini, appena uscito nelle sale, ha realizzato la più alta partenza (200mila euro d’incasso) nella storia dei film italiani in concorso alla Mostra del Cinema.
Dal canto suo George Clooney cerca di allontanare qualsiasi congettura che i due premi (attore e sceneggiatura) alla sua opera anti maccartista si possano definire «politici». Un po’ come successe con la vittoria di Michael Moore a Cannes del 2004. «Non sono assolutamente confrontabili», ha detto col consueto sorriso in bocca. «Al contrario di Moore io ho cercato di proporre un discorso d’inclusione e non di polarizzazione dell’opinione delle persone. Oltretutto sono convinto che i cronisti dei giornali, ai quali dedico il film e che molte volte rischiano la vita per informarci, penso all’Irak, all’Afghanistan, ma anche a New Orleans, non facciano politica. Sono quelli che stanno più in alto a farla». E, a scanso di equivoci, anche Ang Lee ci tiene a essere chiaro. Così nonostante il suo film racconti di due cowboy omosex, lui rifiuta questa etichetta. «Non penso - ha detto - che il pubblico uscirà dalla sala dicendo di aver visto una vicenda di gay. Quanto piuttosto di aver assistito a una storia d’amore romantica che per me è straordinariamente profonda e di grande significato».