Deep Purple: «Quel brano cambiò la storia del rock»

nostro inviato a Montreux

E lui indica laggiù un punto sulla riva del Lago di Ginevra: «Ecco, l’abbiamo registrata lì in una sera di dicembre del 1971, faceva un freddo bestiale». Roger Glover è il bassista dei Deep Purple, quello che si inventò il titolo di Smoke on the water, una delle canzoni più famose della storia del rock. Dai, tutti l’hanno canticchiata almeno una volta: ta ta ta.... «Noi allora non potevamo certo immaginarlo, ma quella era una canzone che l’avrebbe cambiata, la storia della nostra musica». È seduto sulla veranda del Grand Hotel di Montreux, ora ha 63 anni, ha un cappellino verde da rapper al posto della zazzera e beve acqua minerale, mica scotch e Coca come nel 1971. «Andavamo avanti con quel cocktail tutto il giorno e soprattutto la notte, pensavamo che saremmo morti in tre o quattro anni e invece eccoci qua: sono quarant’anni che esistono i Deep Purple». Smoke on the water è la canzone simbolo del rock duro, ha un giro di chitarra che qualsiasi principiante ha imparato a suonare subito, e ancora oggi si ascolta in radio, nei programmi tv ed è scaricatissima su iTunes. «Sai una cosa? Ai nostri concerti ci sono sempre più giovani» spiega mentre gli occhi mandano una fiammata di entusiasmo. Sembra pure lui un ragazzino, volendo. «Per registrare l’album Machine Head affittammo dai Rolling Stones il loro studio mobile e lo piazzammo all’interno del Casino. Era fine novembre del 1971, eravamo pazzi di gioia. Una sera, il 4 dicembre, al Casino c’era il concerto di Frank Zappa & The Mothers e, durante l’assolo di tastiera del brano King Kong un pazzo lanciò un petardo in sala. Tutto prese fuoco, la gente scappò subito e il fondatore del Jazz Festival, Claude Nobs, l’aiutava ad uscire alla disperata. Da fuori si vedevano le fiamme riflettersi sulle nuvole e il fumo avvolgeva il lago, perciò mi venne l’idea del titolo Smoke on the water, fumo sull’acqua».
Nei giorni successivi, i Deep Purple si trasferirono al Pavilion, un teatrino poco distante. «E lì nacque il giro di chitarra. Lo abbiamo inciso di notte, perché in quel periodo ci svegliavamo al pomeriggio e suonavamo in studio fino all’alba. Però il vicinato iniziò a protestare, la gente diceva “questa è una zona tranquilla, accidenti andate via” e mi ricordo che Ritchie Blackmore registrò la chitarra di Smoke on the water mentre alla porta c’era un tipo della sicurezza che bloccava i vicini imbestialiti. Sì, mi ricordo benissimo: c’era proprio lui, che era molto grosso, appoggiato contro la porta per evitare che fosse buttata giù a calci mentre noi eravamo attaccati ai nostri strumenti con le cuffie in testa». Caos creativo. Però qualche giorno dopo i Deep Purple dovettero fare le valigie per davvero e lasciare il Pavilion alla quiete del lago. «Perciò le parti vocali della canzone furono registrate qui al Grand Hotel, che ha cinque piani sottoterra perfetti per la musica. Noi suonavamo qui, poi salivamo a prenderci uno scotch con Coca Cola, vivevamo sulla Terra ma eravamo in un altro mondo». Il brano apparve nel 1972 con l’album Machine Head ma solo l’estate dopo - e quindi sono trentacinque anni esatti - fu pubblicato come singolo in tutto il mondo. E fu un successo straordinario. «In realtà non ce lo immaginavamo, per noi quella era una canzone legata a un ricordo e forse era fin troppo semplice. È stata la gente a decidere che diventasse così importante». E ancora oggi, come qui all’Auditorium Stravinskij, quando sul palco si sentono quegli accordi, il pubblico esplode.
Creativi e forse un po’ manieristi, i Deep Purple sono l’abc del rock duro, oltre che, come nel caso di Ritchie Blackmore o del batterista Ian Paice, autentici fuoriclasse del loro strumento. Negli anni Settanta molto semplicisticamente o stavi con loro oppure con i Led Zeppelin, ma da lì non si scappava e ancora oggi i loro cromosomi musicali affiorano qui e là nelle band in classifica. «Questo dipende dal fatto che non abbiamo mai inseguito le mode. Oscar Wilde diceva che le mode sono così brutte che ogni sei mesi vanno cambiate. Noi abbiamo cercato di essere sempre noi stessi proprio per non cambiarci mai». E perciò, proprio al culmine del successo a metà degli anni Settanta, hanno iniziato a darsele di santa ragione, a litigare e mandarsi a quel paese, separandosi e poi riunendosi e poi prendendo altri musicisti e infine sciogliendosi per otto anni. Dall’84 sono di nuovo insieme ma sono anni di geometria variabile: fuori Blackmore, dentro Steve Morse, via il tastierista Jon Lord, ecco Don Airey e avanti così. «Diciamo che i Deep Purple si sono rivelati essere un matrimonio complicato tra gente molto complicata», sorride. Però oggi sul palco sono ancora signori musicisti, con una padronanza cristallina degli strumenti e una conoscenza intima, quasi commovente di quella ritualità che proprio gruppi come loro hanno imposto ai concerti. «Noi suoniamo davvero - spiega Roger Glover - non facciamo “strumming”, non pasticciamo come magari fa Bob Dylan. Per carità, niente contro di lui. Ma quando sono entrato nel gruppo, nel 1968, non avevo mai sentito musicisti così, era quasi jazz, altro che rock. Jon Lord suonava il suo piano guardando la tastiera della chitarra di Blackmore, era una sintonia quasi sinfonica, la loro, una sintonia che è diventata la nostra spina dorsale. E pazienza se abbiamo litigato tanto. Non fu Einstein a dire che tutto dovrebbe essere il più semplice possibile ma mai troppo semplice? Bene, i Deep Purple sono stati proprio così». Ecco.