Un deficit in crescita

Non siamo tra quanti vedono il bicchiere sempre mezzo vuoto. Tutt’altro. Ma, nell’entusiasmo di questi giorni per la ripresa economica del 2006, vediamo che si tralascia un dato essenziale, e cioè che l’Italia comunque continua a crescere di oltre mezzo punto in meno dei Paesi della zona-euro. Un dato che dal 1996 è costante, fatta eccezione per il 2001 quando, in vista delle elezioni, si fecero politiche di bilancio espansive con un deficit che raggiunse il 3,2% a fine anno. Ciò nonostante il governo stenta a riconoscere nella crescita la priorità assoluta per un Paese indebitato come il nostro. Più volte abbiamo criticato quelle politiche economiche che, volendo abbassare giustamente il rapporto deficit-Pil al di sotto del 3%, hanno sempre guardato al numeratore (il deficit), dimenticando il denominatore (la crescita, e cioè il Pil). La politica di risanamento è condizionata più di quanto si immagini dal tasso di crescita della nostra economia. Intendiamoci, il contenimento delle spese correnti è essenziale, in particolare in quei settori come la previdenza che hanno nella propria struttura normativa un carico esplosivo di maggiori uscite legato all’invecchiamento della popolazione. Ma non c’è dubbio che è la crescita sostenuta (almeno il 2,5%) a fare la differenza in una economia indebitata. La conferma di questa tesi ci viene da due dati di questi giorni, uno americano e uno italiano. Il deficit di bilancio degli Usa è migliorato in poco più di tre anni, passando dal 5,5% della fine del 2003 a sotto il 2% nel quarto trimestre del 2006. Se si vanno a leggere i dati, si vedrà che il risultato è quasi tutto legato al miglioramento delle entrate avvenuto senza aumentare le tasse. Il miracolo, come al solito, lo ha fatto la crescita. La stessa cosa è avvenuta in Italia nel 2006. L’aumento delle entrate ha fatto scendere il rapporto deficit-Pil intorno al 3%, con un miglioramento netto a parità di aliquote fiscali. Anche qui il motore principale delle nuove entrate è stata la crescita, oltre che alcune norme varate negli anni precedenti, compreso lo stesso «famigerato» condono che ha elevato in via definitiva e strutturale l’imponibile di centinaia di migliaia di contribuenti. Insomma, crescita e minore pressione fiscale è il binomio virtuoso che le politiche di risanamento non dovrebbero mai dimenticare. Ed invece la linea di marcia del governo sembra essere diversa.
Infatti, come già avvenuto lo scorso anno, anche nel 2007 l’Italia crescerà meno dei Paesi della zona-euro e meno di quello che sarebbe necessario per consolidare il risanamento dei conti pubblici. Infatti, se l’Italia secondo Bruxelles crescerà intorno al 2% nel 2007, i Paesi dell’Ue cresceranno del 2,7%. Ancora una volta, cioè, cresceremo meno. Noi restiamo inoltre leggermente scettici su queste previsioni della Commissione europea, perché la riduzione della massa spendibile delle famiglie legata all’aumento delle tasse nel 2007, la continua perdita di quote di commercio internazionale denunciata dallo stesso Padoa-Schioppa e il rallentamento tedesco si faranno pesantemente sentire. Speriamo, ovviamente, di sbagliare, ma quel che ci preoccupa è che ancora oggi non è entrata nella testa del governo l’assoluta priorità della crescita. Non vorremmo, insomma, che, come per le folli politiche di dismissioni nella seconda metà degli anni ’90, anche questa volta si riconoscessero i propri errori troppo tardi, e cioè dopo che la fase ciclica di uno sviluppo internazionale molto forte sia in buona parte passata, facendo perdere all’Italia un’occasione irripetibile.