Il deficit sanitario lo pagano i malati cronici

Antonella Aldrighetti

L’operazione di camuffamento che la giunta Marrazzo ha praticato sulla bozza del piano di rientro del deficit sanitario, per cercare di nascondere quali meccanismi dovrebbero effettivamente produrre il risanamento dei conti pubblici regionali è mal riuscita. Già, perché dopo un’attenta lettura, qualcuno ha svelato l’arcano. Vale a dire che la bozza del piano di rientro del deficit sanitario racchiude un triste e desolato aspetto che investe, senza sconti, la sfera della dignità sociale: la trasformazione delle piccole cliniche convenzionate in quelli che il gergo popolare usa chiamare «cronicari». Naturalmente il burocrate si guarda bene dall’attribuire loro questo nome e preferisce l’anodina sigla Rsa (Residenza sanitaria assistita).
Il progetto è «svelato» dalla commissione tecnica dell’ufficio giuridico-legislativo della Fials-Confsal composta dal segretario regionale Gianni Romano, dall’avvocato Antonino Peraino e dal professore Antonio Sili Scavalli che, dopo un dettagliato approfondimento della proposta fatta dalla Regione Lazio al governo per l’affiancamento, ha individuato quali politiche socio-sanitarie l’ente territoriale attuerà per scaricare una porzione cospicua di spesa sanitaria, quella riferita ai costosi servizi dedicati alla terza età, direttamente sui cittadini e sui comuni. Non basta il tetto alle prescrizioni farmaceutiche, la razionalizzazione della diagnostica per immagini, il limite ai ricoveri, il taglio di 2.700 posti letto su tutto il territorio regionale a risanare lo sforamento dei 4 miliardi di debito. Serve, in regime di carestia, una maggiore attenzione alla spesa del biennio 2006-2008. Eccola.
Secondo la Fials-Confsal, «la riconversione di 700 posti letto ordinari in ricoveri di lungodegenza produrrà un’offerta al ribasso dei servizi sanitari e una stangata ai danni dei cittadini. Chi ci rimetterà di più saranno proprio gli anziani ospitati nelle Rsa perché dovranno versare un congruo importo mensile prelevato direttamente dalle pensioni come contributo al ricovero mentre il resto, come già stabilisce la legislazione, è competenza dei comuni. E solo una parte marginale spetta invece alla regione».
L’offerta delle Rsa quindi non può essere assimilata a quella di qualsiasi presidio ospedaliero o clinica convenzionata ma va definita come extra-ospedaliera. Infatti «tutte le terapie fornite hanno poco a che fare con quelle mediche - precisa Gianni Romano - basta sapere che per venti posti letto è previsto in servizio solo un infermiere per turno». Ma è inutile girarci troppo attorno e parafrasare: il segretario regionale della Fials arriva a imputare alla giunta di Piero Marrazzo di «voler applicare un progetto che rientra a pieno titolo nell’astrazione più rischiosa del risparmio di risorse che volge verso la massificazione dell’assistenza sanitaria: la bieca trasformazione delle cliniche private in sconfortanti cronicari dove l’offerta si ridurrebbe a quella di un discount della medicina». E quali «articoli» si promuoveranno con gli «sconti»? «Basta prendere a campione il progetto della Regione Piemonte o della Campania - sostiene Romano - e ipotizzare 500 euro (approssimazione per difetto) per un letto, moltiplicarlo per i 700 posti da riconvertire e allargare il conteggio a un anno intero: abbiamo risparmiato circa 115 milioni di euro. Peccato che in questo panorama che secondo noi ha dell’apocalittico: il paziente sarà costretto quantomeno a rinunciare alla pensione. Difatti continuando nella proiezione scopriamo che i 40 euro di retta giornaliera a carico dell’ospite, fanno circa 1.200 euro al mese. E considerando che la pensione media nel Lazio è di 900 la cifra restante sarà a carico dei comuni. Il gioco è fatto e la regione ha risparmiato». Ma a spese di chi?