Degrado e illegalità Viaggio tra gli abusivi delle città «invisibili»

Anche qui arriva l’eco dell’omicidio di Roma: «Quello è un pazzo, ora rischiamo di essere rimpatriati tutti. Ma noi non ce ne vogliamo andare»

Campo nomadi di Muggiano. Duecento persone sistemate in un agglomerato di villette in miniatura. Dovrebbe essere un campo regolare. Ma il condizionale è d’obbligo, dato che sembra una fiera dell’illegalità. Arrivano tre pattuglie dei carabinieri per un controllo di routine e l'aria è subito tesa. Qualcuno scappa e qualcun altro si avvicina agli agenti con fare minaccioso.
«Questo è un campo difficile – racconta un carabiniere -, bisogna sempre stare attenti, sono molto insofferenti». Infatti iniziano subito le polemiche. In mezzo alla strada c’è un camion, abbandonato e col motore acceso, che qualcuno stava utilizzando per potare gli alberi vicino alle abitazioni. «C’era un ragazzo fino a poco fa a bordo del camion poi siete arrivati voi ed è sparito – dice una signora di origine slava -, ma io non l’avevo mai visto prima». Dopo una chiamata alla centrale, gli agenti scoprono che il furgone è rubato. Le loro domande si scontrano contro il muro di omertà degli abitanti del campo. Qualcuno se la prende coi carabinieri, qualcuno col governo, tutti sono convinti di essere oggetto di una persecuzione: «Ce l’hanno tutti con noi – dice un ragazzo piuttosto agitato -, ma noi ormai siamo italiani, abbiamo tutti i documenti, non ci possono mandare via».
Se non vogliono andarsene gli abitanti dei campi autorizzati dal comune, non hanno intenzione di farlo neppure gli abitanti invisibili di quel centinaio di baraccopoli che sbucano in tutti i punti dismessi di Milano: sotto i ponti, nei palazzi semidistrutti e nei campi abbandonati.
In via Bovisa, sotto i binari della stazione Nord, c’è un quartiere interamente rom. Decine di baracche abusive, appoggiate una sull’altra, abitate da più di duecento persone. I bambini vestiti di stracci giocano nel fango, mentre i genitori seduti per terra bevono vino al cartoccio e contano i soldi delle elemosine. «Io sto qui da tre mesi. Qui è uno schifo, non c’è acqua, non posso lavare i miei bambini, non c’è corrente – racconta una donna -. Ma non me ne voglio andare. Ho sentito che vogliono fare una legge per riportarci in Romania ma farò di tutto per rimanere, voglio stare qui». Non tutti disprezzano questo stile di vita. La maggior parte si arrangia «accattonando» qualche spicciolo ai semafori ma qualcuno lavora. «Io faccio l’autista – dice un rom -, guadagno mille euro al mese. Ma non posso permettermi una casa, ho quattro figli. Preferisco stare qui insieme alla mia gente».
L’eco degli eventi di Roma è giunto anche qui, sotto i binari della ferrovia, e la paura di essere sgomberati è forte. «Ho sentito dell’omicidio a Roma. Quello è un pazzo, ma ora per colpa sua rischiamo di essere tutti rimpatriati – racconta un ragazzo di 22 anni- ma io non me ne voglio andare, rimarrò qui».
In via Silla, stessa situazione. Alcune baracche abusive sono abitate da jugoslavi. Dall’altra parte della strada, invece, nascosta in un boschetto, la “casa” di un’altra famiglia rom: due materassi marci di muffa sono l’unico comfort, l’aria dentro la baracca è irrespirabile.
Il degrado domina anche in via de Pisis. Vicino a un parchetto dove i genitori portano i bambini a giocare è sorta una piccola baraccopoli. «Saremo una quarantina di persone - dice una mamma rom di trentotto anni -, soprattutto bambini». Un paesaggio surreale, un pezzo di terzo mondo che ha trovato sistemazione, abusiva ovviamente, nel primo. Le baracche sono tuguri umidi e maleodoranti. Una bambina si butta su un materasso gettato nel fango, tutto attorno è emergenza sanitaria. La cucina è una griglia improvvisata in mezzo ad una discarica a cielo aperto: fango, escrementi umani ovunque e un cimitero di rifiuti arrugginiti. «Spesso i rom scavalcano l’inferriata ed entrano nel parco giochi – dice una donna che abita in uno dei palazzi della zona -, non è più possibile portare i bambini qui».