A degustar la birra (artigianale) fra le cantine d’Italia

«Il massimo della raffinatezza è già barbarie» diceva Schopenhauer, ed esercitarsi a trovare sentori di camomilla e di zenzero in un bicchiere di vino bianco è una delle attività più decadenti e immorali del mondo, e chi ci si dedica merita proprio l’arrivo delle orde selvagge. Detto questo, i suddetti barbari li sedurremo tutti con le nostre italiche birre - ché i vini hanno un po’ rotto - e loro si leccheranno via la schiuma dai baffoni e l’invasione cosiddetta barbarica si addolcirà (forse) in un’amarostica, memorabile, vichinga bicchierata, proprio qui nell’avvolgente e sensuale «Esperia», come i greci chiamavano l’Italia, oggi paese di birre quanto di vini, checché questa notizia, dalle parti di La Morra, la contestino ancora con malcelato e un po’ anacronistico orgoglio.
Birre italiane, dunque: che importa quanto sofisticate o barbare. Quelle industriali ormai il mondo ce le invidia: più 80 per cento di export negli ultimi quattro anni e una produzione nazionale complessiva che ha superato quella dell’Irlanda, patria della celebre Guinness, nonché un po’ di medaglie vinte all’ultimo «Chicago 2009 World Beer Championship» (d’oro e d’argento per la Theresianer di Trieste). Insomma, quella che era «l’industria dei cento giorni», che produceva solo una bevanda dissetante e molto popolare per l’estate, è diventata una colonna portante (144 mila posti di lavoro, indotto compreso, e quattro miliardi che finiscono ogni anno a vario titolo nelle casse dello Stato) del mercato alcolico di oggi. Le birre artigianali, invece, sono ormai in diretta competizione con le straniere della stessa categoria, finora più blasonate solo perché titolari di una storia più lunga (ma andrebbe ricordato che la prima birra d’abbazia è stata prodotta a Montecassino, e non in Belgio). Di recente, poi, c’è stato lo storico sorpasso della birra nei confronti del vino nei pasti fuori casa durante i giorni festivi degli italiani (che in media, due decenni fa, consumavano 20 litri di birra pro capite all’anno, contro gli 80 di vino; oggi il vino è sceso a 42 e la birra è salita a 30).
Ed è così che alcune guide gastronomiche italiane di riferimento hanno iniziato a segnalare nelle ultime edizioni anche i ristoranti che, oltre a quella dei vini, hanno pure la carta delle birre: sono circa trecento, tra cui una decina di ristoranti «tre forchette» nell’ultima edizione del vademecum Gambero Rosso. Chef «stellati» come Mauro Uliassi, Ernesto Iaccarino, Marco Bistarelli e Karl Baumgartner hanno in curriculum (e nel menu) piatti e abbinamenti che vedono la birra come protagonista, magari accanto al pesce o a raffinati crudi. E dire che, fino a poco tempo fa, la si beveva solo con pizza o piatti tutt’altro che mediterranei.
Già, ma quale birra scegliere? Occorre dire che sebbene rappresenti soltanto l’uno per cento della produzione nazionale, il settore delle birre artigianali - vuoi per appeal vuoi per concreta squisitezza - è quello più frequentato degli ultimi tempi. Microbirrifici sorgono un po’ ovunque (Piemonte e Lombardia in testa) e propongono birre davvero originali, con ingredienti impensabili fino a dieci anni fa: c’è la Xyauyu di Baladin, un mastro birraio di Piozzo, provincia di Cuneo, stabilizzata da un lungo processo ossidativo che le permette di essere, una volta stappata, bevuta quando si vuole nell’arco di un anno. Sull’etichetta riporta una data di scadenza indimenticabile: «Entro la fine del mondo». Oppure c’è la Almond 22, dell’omonimo microbirrificio di Pescara: si può assaggiare nella versione Noa, una poetica strong ale da relax, la Grand Cru, una «invernale» adatta a formaggi e carni rosse, la Blanche de Valerie, con l’aggiunta di un grano di un raro pepe coltivato nelle foreste del Borneo, ottima con sushi e tempura.
Si potrebbe continuare con le birre Montegioco, prodotte nella Val Grue, a pochi chilometri da Tortona. In queste bottiglie si danno appuntamento mirtilli (nella doppio malto Draco), pesche (nella Quarta runa), persino caldarroste (nella Bastarnà). Oppure con le birre Babb di Brescia, microbirrificio nato nel 2004 come brew pub con inizialmente solo quattro produzioni «classiche», la pils, la rossa, la nera e la weiss. Da due anni la «cantina» di stoccaggio (le birre artigianali devono stare in cella come un prodotto fresco, «vivo», non essendo pastorizzate) è stata ampliata da ottomila a ventiduemila litri, e allora ecco che sono sorte nuove tipologie. Le sette Babb attuali sono: la Omnia, una chiara pils, la Rubinia, una rossa doppio malto, l’Alba, bianca speziata in stile belga che va capovolta prima di essere stappata (per far circolare i lieviti; l’etichetta sarà in futuro incollata al contrario per favorire automaticamente il gesto col pretesto della lettura, mentre i fusti vengono consegnati ai pub già ribaltati), la Bockale, stile belga ma più «strong», la Fusca, una stout (la tipologia preferita da Samuel Beckett), la Föm, una affumicata al malto di torba (lo stesso che si usa per il whisky), la Mellis, una rifermentata in bottiglia al miele millefiori, fornito da una famiglia della zona. Insomma, come sono stati organizzati wine tour per districarsi piacevolmente tra dolcetto d’Alba e barbera, si potrebbe prevedere anche dei beer tour per quelle che giustamente stanno diventando vere e proprie «cantine di birra» italiane.