dei vinti

Ieri il primo ciak della fiction tratta dal libro di Pansa. Placido sarà il poliziotto che indaga sulle stragi dei fascisti. Nel cast la Bobulova e Preziosi

da Roma

Dunque si fa. Dopo una serie infinita di ritardi, intoppi, ritocchi al copione, registi interpellati (Carlei, Negrin, Zaccaro, Battiato...), dubbi sulla formula, perplessità nel cda della Rai, riflessioni di opportunità politica, qualche nervosismo di Giampaolo Pansa, parte finalmente Il sangue dei vinti. Primo ciak ieri a Saluzzo, dove la troupe è stata accolta con una certa freddezza. Sarà una miniserie in due puntate, di 100 minuti l'una, per Raiuno; ma prima, come per I vicerè di Roberto Faenza e Sangue pazzo di Marco Tullio Giordana, uscirà nei cinema in una versione diversa, più breve. Produce Alessandro Fracassi insieme a Raifiction, per un costo che s'aggira sui 9 milioni di euro. Alla regia, come anticipato dal Giornale, Michele Soavi. Sceneggiatura firmata da Dardano Sacchetti e Massimo Sebastiani. Protagonista Michele Placido, nei panni del commissario di polizia Franco Dogliani; in ruoli importanti Barbora Bobulova, Alessandro Preziosi, Valerio Binasco, Alina Nadelea, Philippe Leroy.
Chi ha seguito su queste pagine il tormentato sviluppo del progetto, varato nel maggio 2005 dal capo della fiction Agostino Saccà, direttore generale Flavio Cattaneo, ricorderà che il personaggio principale, diciamo il testimone degli eventi, l'occhio dello spettatore, doveva essere poco più che trentenne. Si fecero i nomi di Raoul Bova, Alessio Boni, anche Beppe Fiorello. Alla fine la scelta è caduta su Placido, che di anni ne ha sessanta e da qualche tempo passa volentieri da un set all'altro incarnando cuochi, padri, sbirri, mafiosi, cardinali... Da Saluzzo l'attore rivela: «Con un po' di trucco si tolgono anche dieci anni. Così il mio Dogliani è diventato, strada facendo, un uomo maturo, un funzionario di polizia che ha attraversato l'intero arco storico del fascismo. Ciò, credo, darà più forza alla sua testimonianza». Non nasconde, l'attore, di aver «accettato con qualche riserva»: «È una materia delicata, bisogna stare attenti, sennò si rischia di rinfocolare una lotta fratricida. Sono stato mosso da un senso di pietà verso quegli italiani, fascisti, morti da vinti. Ho ripensato ad Antigone, alla dignità della sepoltura, che deve essere garantita a tutti. Poi, certo, sarà un colpo allo stomaco per chi ritiene inamovibili certe posizioni (sulla Resistenza, ndr), qualcuno parlerà di revisionismo. Ma io mi fido di Soavi».
Proprio Soavi, a maggio, spiegò al Giornale: «Dogliani è un personaggio tormentato, scisso tra fedeltà al potere e pulizia morale, non uno spettatore passivo. I suoi genitori vengono linciati perché in odore di fascismo, la sorella Lucia, più giovane e scalpitante, sente su di sé l'onta dell'8 settembre e diventa un'ausiliaria irriducibile, il fratello Ettore invece raggiunge i partigiani. In mezzo c'è lui, Franco, il poliziotto toccato dai dubbi. Conosce alcuni antifascisti, ne condivide le idee; ma altri antifascisti poi daranno via alla mattanza».
Inutile dire che nell'adattare per lo schermo Il sangue dei vinti, considerato a sinistra «un libro vergognoso, non revisionista ma falsario» e tuttavia scritto da Pansa «non certo per ingraziarmi Berlusconi e tutta la borghesia fascistoide italiana», gli sceneggiatori mirano a trasformare in romanzo popolare la cruda contabilità mortuaria che connotò le stragi, le rese dei conti, le vendette personali compiute in nome della Resistenza dopo il 25 aprile 1945. Si vedranno l'impiccagione del federale di Torino, la fucilazione dei fascisti raccolti nello stadio di Novara, i processi sommari a Cuneo, l'uccisione di un'anziana donna insieme ai suoi conigli. Ma filtrati attraverso lo sguardo di questo poliziotto che sul finire della guerra, partito da Roma, risale verso la natìa Cherasco, nelle Langhe: testimone attonito, poi sempre più partecipe, fino ad essere inghiottito da quei fatti di sangue. Insomma, come suggerì il regista «Dogliani come una specie di capitano Willard di Apocalypse Now».
La parola d'ordine, a viale Mazzini, è naturalmente «contestualizzare», in modo da inserire i personaggi di fantasia in una rilettura storica politicamente corretta. Il consigliere Curzi, pur con qualche riserva, diede il suo via libera al progetto. Ma c'è chi raccomanda prudenza. Il che significherebbe una sorta di par condicio dei massacri: in modo da spiegare, rievocare, precisare, controbilanciare. Un tema che non appassiona Pansa. Alla sua maniera commenta: «Placido l'ho incontrato, mi pare perfetto. Essendo io uomo di mondo, non pretendo che il film sia la copia del libro, so come vanno le cose. Ma ringrazio il produttore Fracassi: ha sudato sette, forse quattordici, camicie per portare in porto Il sangue dei vinti. Senza di lui, non si sarebbe mai fatto».