Delbono patteggia per il «sexy-gate» e salva la cattedra

Bologna Nel rigore di un gelido inizio di dicembre, a Bologna, si riapre una ferita che brucia forte. Ieri mattina gli avvocati difensori di Flavio Delbono hanno trovato un accordo con la pm Morena Plazzi patteggiando, per l’ex sindaco, una condanna a 1 anno 7 mesi e 10 giorni. Delbono, in questo primo filone della complessa inchiesta che lo vede coinvolto, è accusato di peculato, truffa aggravata, intralcio alla giustizia e induzione a rilasciare false dichiarazioni nei confronti della sua grande accusatrice, la signora Cinzia Cracchi. Ex segretaria, ma soprattutto ex amante molto, molto arrabbiata. Il comune, che oggi è amministrato da un commissario straordinario, non si costituirà parte civile. Anna Maria Cancellieri, l’ex prefetto che guida la città, ha spiegato che non chiederà i danni d’immagine, perché «queste sono scelte politiche. La Regione l’ha già fatto - ha concluso - noi preferiamo restarne fuori». Così succede che, se la richiesta di patteggiamento sarà accolta, Delbono, con una condanna inferiore ai 3 anni, non perderà la sua cattedra all’università, potrà continuare a insegnare. La decisione del gup arriverà il prossimo 31 gennaio.
Un terremoto, per la sinistra bolognese, il sexy-gate. Flavio Delbono, il sindaco breve, è stato incastrato dalla rabbia di una donna tradita per poi essere scaricato da un sistema di politica e potere che ancora oggi fatica a risollevarsi. La miccia dello scandalo, a Bologna, è esplosa durante la campagna elettorale del 2009. La signora Cinzia Cracchi, furiosa dopo essere stata lasciata e mandata via, vuotò il sacco davanti agli avversari del candidato voluto da Romano Prodi e imposto al popolo del Pd, raccontando di viaggi e spese con soldi pubblici che coinvolgevano anche lei. Il resto è storia. Oggi, però, nella sede del «partitone», tutti ammettono che sapevano della condotta non proprio impeccabile di Delbono. Inutile. L'ex vicepresidente della regione aveva uno sponsor troppo forte, la sua candidatura era blindata. Flavio Delbono, docente universitario con esperienza amministrativa era il delfino di Romano Prodi. Il Prof lo portava con sé come un trofeo. Fino all’ultimo, fino all’estremo tentativo di salvataggio, quando, prima della dimissioni, i due apparivano complici all’uscita della messa. Poi la rimozione, il silenzio, quindi, un profondo imbarazzo.
Oggi Delbono scrive una lettera alla città in cui chiede scusa e si definisce la vittima di un «massacro». «Non sono una mela marcia», ha cercato di spiegare ai bolognesi: «Non ho ostacolato la giustizia, né arrecato alla Regione danni economici nella misura che mi viene attribuita. Dei miei errori, per i quali chiedo scusa alla città, ho pagato il prezzo politico dimettendomi a febbraio; ho pagato il prezzo economico risarcendo la Regione, danno di immagine incluso; pago il conto con la giustizia patteggiando una condanna». Quanto alla scelta del patteggiamento, che implica un’ammissione di colpevolezza, Delbono ammette a metà: «È vero solo in parte». E la Cracchi sibila: «Bastava che si comportasse da persona perbene».
Quando si dice «il destino»: Prodi e Delbono, entrambi caduti un 25 di gennaio sotto il fuoco amico. La parabola di «Flavio il Breve» si è aperta con le immagini degli abbracci col «Prof» e col partito, per chiudersi con le imbarazzanti foto delle vacanze con la ex, spacciate come trasferte e rimborsate dalla Regione. Oggi Prodi non si arrende, anzi, cerca il suo riscatto invocando primarie vere e appoggiando la candidatura di Amelia Frascaroli che si definisce la «cattolica rossa». Peccato che Bersani, invece, abbia incoronato Virginio Merola, l’ex assessore della giunta guidata da Cofferati. L’agonia del Pd, a Bologna, continua.