La delegittimazione preventiva

Angelo Panebianco, sul supplemento del Corriere, ha scritto un articolo con una conclusione raggelante. Anzitutto ha spiegato che da 30 anni non si riescono a fare riforme costituzionali perché la nostra democrazia è priva di un premier forte: questo moltiplica i poteri di veto, comporta la massima inefficienza decisionale e obbliga a defatiganti mediazioni con infiniti soggetti che compongono una ragnatela di grandi e piccoli privilegiati: sono quest’ultimi che bloccano tutto. S’intendono, presumo, i politici strapagati e ben locati, i burocrati e i boiardi scaldasedia, gli imprenditori inseriti e assistiti, le corporazioni e gli ordini professionali da medioevo, gli statali nullafacenti e i sindacati ridotti a partito dei pensionati: la famosa casta, insomma. Niente da dire, ma che propone Panebianco? Qualcosa che sa di lobby politico-editoriale, sa di potere mediatico caro a tanti dei nostri giornalisti spuri: «La delegittimazione preventiva di quei poteri». Delegittimazione. Preventiva. Non dunque informazione, ma campagna, qualcosa tipo i giornali del periodo di Mani pulite. Non comprende, Panebianco, che è anche questa funzione anomala del nostro giornalismo a iscriverlo d’ufficio, in Italia, in quella stessa casta.