DELFINI Se i sogni si ribellano

Nel centenario della nascita, riscopriamo l’autore modenese col racconto «C’è una ragazza alla finestra»

La città del mio sogno è lunga, ha le case bianche, e sui davanzali cinguettano gli uccellini mentre un gatto nero dai grandi occhi gialli li sta guardando con la bocca tremante e quasi piangendo.
C’è il mare che tutti i giorni sospira ora lento ora grave, e certe volte diventa cattivo. Forse anch’egli vuol mangiare gli uccellini. Ma io voglio bene tanto al gatto che agli uccellini, e benché spesso non si vada d’accordo voglio bene anche al mare.
Al mattino il mare si prende la confidenza di accogliere certi stranissimi chiacchieroni, e ogni anno che passa costoro aumentano: sicché io e il mare ci guardiamo male. Ma poi viene la sera e fa l’innamorato, mi guarda, prende certi colori fantasiosi, s’appassiona, dice che senza di me non ci può stare e perché non gli resista, mangia il sole e mi si abbandona. Faccio la pace e al mattino seguente si torna da capo.
La città del mio sogno oltre ad avere tutte queste belle cose, possiede una qualità impareggiabile. Quando è l’ora di notte s’addormenta, e io posso fantasticare a mio piacere: non si sente il minimo rumore. \
La notte, quando non ho voglia di dormire o sono stanco di amoreggiare col mare, passeggio per le vie per vedere se tutto è in ordine. Non tengo guardie, perciò mi tocca far tutto da me eccetto la pulizia delle strade per le quali hanno cura i venti e le nubi.
Se il capriccio mi agguanta sono capace di andare a svegliare i componenti la grande orchestra del teatro e obbligarli a suonare le fantasticherie che ho per la testa. Resta inteso che il rumore lo faccio fare quando mi pare e piace e come voglio.
Per lo più desidero che la città resti al buio, ma se mi prende l’estro di Parigi vado alla centrale elettrica a fare il diavolo a quattro con gli elettricisti, fino a tanto che la città non sia sfavillante di luci con le réclames luminose e quel che segue. Lo stesso si dica per i giornali, i tram, i taxi, la radio ecc.
Però i miei cittadini stanno tranquilli perché sanno che certe cose non accadono che raramente. Credo che ricorderanno ancora come la mia più grossa pazzia quella notte, eran le due, che in testa alla banda girai tre o quattro volte la città intera in su e in giù al suono di
Dagliela avanti un passo
Delizia del mio core.
Poiché da quella notte, alle nove di sera di ogni domenica, la banda viene sotto le mie finestre con tutto il popolo festoso dietro, a suonare le canzoni belle del tempo passato per le quali tutta la città sa che ho una speciale predilezione. Anche i treni funzionano quando voglio. \

Passeggiando una sera sul viale lungomare, sicuro che i miei sudditi fossero già tutti a letto a sognarmi con l’aureola d’oro in testa sostenuto da uno sciame di nuvole, pensavo che cosa avrei fatto se nella mia città si fosse verificato un qualche caso strano. Concludevo che l’avrei distrutta. Ma che sarei diventato io, dove mi sarei andato a rifugiare non trovavo. La mia città era la mia unica risorsa, e sprovvisto di essa anche il mare mi avrebbe detto addio o mi avrebbe affogato alla prima occasione.
Ero dunque schiavo della mia città? Senza di essa mi era impossibile la vita?
Come avviene quando i pensieri sono sconvolti, qualcosa di straordinario che vi si riferisce deve sempre accadere.
Ed ecco che tutto a un tratto, proprio davanti a me si presenta una bella villetta del colore turchino per la notte, cogli uccellini cinguettanti al davanzale.
Per la via il gatto nero dai grandi occhi gialli si volgeva di qua e di là, finché non venne a far le fusa accarezzandosi intorno alle mie gambe.
Dal terrazzino della villetta che mi aveva attirato lo sguardo sembrandomi pieno di una attesa affascinante, non veniva nessun rumore. E non so perché aspettassi ancora, ché niente mi era stato predetto dovesse avvenire di straordinario. Le porte del terrazzino sembravano sospirare, chiedere grazia al loro signore di essere aperte all’aria notturna che spirava dolce e sottile come un frutto appena colto.
Udii un leggerissimo rumore che veniva dall’interno come il frusciare di una veste di seta, come il canto di un’allodola prigioniera, come se fosse caduto il piccolo anello d’oro della fidanzata.
Ero in ansia, e col cuore che batteva forte guardavo, aspettavo.
Quale meraviglia che non conoscevo si nascondeva nella mia città?
Forse una fata?
Ma era possibile se io stesso ero un nemico delle fate?
Forse una ragazza, quella che adoravo quand’ero ragazzo?
Ma essa stava in una città del mondo, mica in quella del mio sogno. \
Chi si nascondeva là dietro?
Finalmente la porta si aprì, e una ragazza venne ad appoggiarsi al terrazzino come un’immagine che non si potrà mai cogliere.
Non so se essa mi vedesse, ma io la guardai perché era bella e sconosciuta. Dire i suoi occhi che si scorgevano brillanti e lontani al buio, dire le sue vesti ornate di merletti che mandavano per l’aria un odore conosciuto come quello di certe feste luminose rimaste nei panorami perduti della memoria, dire le sue braccia nude che mi spiegavano il mutamento delle mie mani accarezzando il gatto, dire quella fronte modellata in maniera da far pensare al suono delle campane in un tramonto d’agosto, dire tutto ciò che era quell’apparizione per me in quel momento, in quella mia città che avevo riscaldata col mio soffio di vagante, dirlo insomma in modo appropriato mi sarebbe stato impossibile.

Sostai fino a tanto che non giunse l’alba e la ragazza si fu ritirata.
Che dovevo fare?
Il mare sornione non mi parlava, mi aveva già abbandonato. Lei sola era riuscita a fare intera quella conquista, alla quale non ero riuscito se non poco. Il mare era suo. La città non sarebbe stata di altri, dopo la mia fuga che avevo decisa la notte stessa.
Sarei scappato. Non volevo nemmeno tentare la conquista di lei. In breve sarei diventato suo schiavo e, quel ch’è peggio, il mare mi avrebbe sempre guardato con sarcasmo quando, la sera nelle mie passeggiate, l’avessi chiamato per conversare un po’ con lui.
Forza divina e maligna dei sogni!
Li avevo costruiti io e adesso erano loro che mi lasciavano andare, anche se non mi scacciavano.
Quell’apparizione al terrazzino era mia, io solo le avevo dato possibilità di farsi quella villetta turchina per la notte. Quell’apparizione era quella ragazza, che senza volerlo mi ero sognata come perfezione.
E oggi, mentre io esiliato allargo gli occhi in una valle immensa, spaventato dal grido notturno delle civette, là assai lontano, nella città del mio sogno c’è una ragazza alla finestra.