Delfino, reduce del '15-18 ha soffiato su 110 candeline

Delfino Borroni, 110 anni, è l'ultimo reduce in Europa della Grande Guerra. Nel 1917 il suo reggimento fu destinato a Caporetto. Cavaliere di Vittorio Veneto, ha guidato il mitico tram «Gamba de Legn»

Ha corso per una intera vita ed è riuscito a essere l'ultimo. Prima da bersagliere sul Carso, poi da macchinista di quel «Gamba de Legn» che «sfrecciava» a 16 all'ora fra corso Vercelli e Magenta, ma adesso encomi, bandiere, fanfare e autorità sono tutti per lui.

Lui è Delfino Borroni da Turago Bordone (Pavia), classe 1898, ultimo combattente della Prima guerra mondiale vivente in Europa (ve ne sono ancora due in Canada, uno in Australia e uno negli Usa) e, come se non bastasse, ultimo conducente del mitico «Gamba de Legn» che ha guidato per 38 anni fino alla corsa della dismissione. Così ieri Castano Primo, il paese in cui risiede dal '25, era in gran pavese per festeggiare Delfino e le sue 110 candeline, con tanto di sindaco, prevosto, senatori, generali, e una folla di congedati delle varie armi, oltre a due figli e 13 fra nipoti e pronipoti.

Ancora lucido, pur se penalizzato nella vista, Delfino ha raccontato l'esperienza della Grande Guerra, quando diciannovenne si fece il Pasubio e Caporetto nel Sesto Reggimento bersaglieri. Vita grama, nel fango delle trincee, con assalti alla baionetta e attacchi di gas asfissianti: «Non avendo maschere, usavamo foglie secche impregnate di olio».

Nell'ottobre '17 il suo reggimento fu destinato a Caporetto, e Delfino, uscito di pattuglia per relazionare sulle linee nemiche, si trovò sotto il fuoco austroungarico con un proiettile che andò a conficcarsi nel tacco di un suo scarpone. Con la suola di cartone, si diceva. Ma almeno il colpo gli consentì di fingersi morto e di ricongiungersi al reparto salvando la «ghirba».

Poi la rotta di Caporetto e la prigionia. Nel '18, grazie alla sentinella addormentata di un esercito austroungarico ormai fiaccato nel morale e nelle risorse, la fuga fino a ricongiungersi con i reparti italiani ormai in vista di Vittorio Veneto. «Ricorderò sempre quanto era buona la fetta di polenta regalatami da una contadina di Spilimbergo ».

Pur nella fame e nei rischi della guerra, il bersagliere Borroni trovò persino il tempo di insegnare a leggere e scrivere a un commilitone di Catania, un tale Alfio Gullotta. Sono eventi di novant'anni fa, appaiono come mille ad un adolescente di oggi e lui, l'ultimo testimone dell'ultima guerra che coronò l'Unità nazionale, li racconta come fossero accaduti ieri.

Quanto ai rischi, li corse anche nella Seconda guerra, da macchinista del «Gamba del Legn», mentre Milano veniva bombardata. Che emozione ieri, per l'ultimo cavaliere di Vittorio Veneto, tagliare la gigantesca torta del «110» davanti ad oltre 2mila persone, con la fanfara Bersaglieri dell'11˚ reggimento e un concerto tutto per lui.