«Delitti comuni non politici» Sì dei giudici brasiliani all’estradizione di Battisti

Il voto decisivo, il voto che dà un calcio alla latitanza durata quasi trent’anni, è quello del presidente del Tribunale Federale Supremo. Gilmar Mendes non ha dubbi: «Mi esprimerò a favore dell’estradizione di Cesare Battisti». Ed estradizione sia. Per un voto. Cinque a quattro. La fuga del terrorista dei Proletari armati per il comunismo è finita. Da Brasilia la notizia fa il giro del mondo in un attimo. A Roma la Camera festeggia con un applauso finalmente bipartisan. A Novara Alberto Torregiani, su una sedia a rotelle dal 16 febbraio 1979, esulta: «Sembra di assistere a una partita infinita. Adesso siamo ai rigori, aspetto la sentenza scritta, ma comunque giustizia è fatta». Lo sciopero della fame del prigioniero, detenuto nel carcere di Papuda, non è servito. La storia dei Pac, una meteora sanguinaria sul finire degli anni Settanta, può finalmente prendere la strada dell’archivio.
In realtà il sì nasconde ancora qualche insidia, il presidente Inacio Lula potrebbe teoricamente fermare il ritorno in Italia di Battisti: infatti il tribunale supremo gli lascia con una votazione di 6 giudici a favore e tre contrari, l’ultima parola, ma il blocco dell’estradizione pare un’ipotesi remota. Il destino di Battisti sembra segnato. Mendes è stato chiaro: «I suoi sono crimini comuni, non politici». Ovvero, Battisti non è la vittima di un sistema iniquo, non è stato perseguitato per le sue idee, non è stato condannato da un tribunale speciale. Deve semplicemente scontare il carico di pene che lo Stato italiano gli ha inflitto per i crimini dei Pac: due ergastoli per quattro omicidi, fra cui spicca quello spaventoso di Pierluigi Torregiani. Qualche settimana fa, Torregiani junior ha raccontato quel momento terribile nel corso di un convegno alla Galleria Wannabee di Milano: «Mio padre portava la pistola. Dunque, quando gli spararono rispose al fuoco; malauguratamente mi colpì e mi vide cadere per terra; in quell’istante, visto che mi aveva centrato, si lasciò morire». Una tragedia senza aggettivi. I Pac, nel rivendicare quell’azione scellerata, definirono l’orefice ucciso «il porco Torregiani».
Certo, ora si tratta di passare dalle parole ai fatti. Il Tribunale Federale Supremo ha preso due decisioni: dopo il sì all’estradizione, ha stabilito che sia il presidente Lula a prendere la decisione finale sull’estradizione. «Lula - sottolinea però Mendes - è vincolato dal diritto internazionale». Ma il presidente, secondo la stampa brasiliana, non avrebbe alcuna intenzione di mettersi di traverso al verdetto. Anzi, vorrebbe sganciarsi dal suo ministro della Giustizia Tarso Genro, l’estremista che ha provocato questa lunghissima crisi concedendo l’asilo politico a Battisti e infilando il Brasile in questo pasticcio internazionale. Negli ultimi mesi, il Brasile è una vetrina scintillante. Il Paese è in pieno boom ed è sulle copertine di tutti i grandi giornali occidentali, Lula non vuole certo perdere il treno dello sviluppo che oggi passa proprio fra Rio de Janeiro e San Paolo. Insomma, il problema principale è sconfessare in modo elegante Genro, esattamente come aveva previsto la diplomazia italiana nelle ultime settimane. E Lula segue questa strada, spiegando alla stampa di essere stato mal informato sul caso. Pare proprio un sì senza se e senza ma. Anche se questo non vuol dire che tempi e modalità della consegna non debbano essere negoziati. Battisti potrebbe rimanere temporaneamente parcheggiato nella cella di Papuda per chiudere le pendenze con la giustizia brasiliana: il processo per l’ingresso con documenti falsi nel Paese. E poi l’estradizione sarà legata ai parametri della giustizia locale che non prevede l’ergastolo, ma una pena massima di trent’anni. Dettagli. L’Italia si prepara a riportare a casa uno dei protagonisti degli anni di piombo. Una stagione lontana, ma che brucia ancora come dimostrano le polemiche di queste ore sul film La prima linea. È stata una partita sfibrante e incerta, decisa sul filo di un voto. Il tribunale supremo si è spaccato in due e incartato per mesi. Ora si possono chiudere i conti con quel passato.