«Delitti in Darsena», un mistero da sfogliare

Il giallo storico presentato alla Libreria del Corso in San Gottardo

Luca Pavanel

Delitto mai risolto, Navigli noir anni Trenta: una ragazza trovata nelle acque, capelli biondi e pelle delicata. Una vita stroncata da una mano assassina, mistero di quel periodo, quando c’era chi spariva all’improvviso senza lasciare troppe tracce sui giornali (ricordate il Minculpop?). Partivano le indagini ma se queste andavano a sfiorare il potere, allora fioccavano gli ostacoli. Tout se tient.
A settant’anni anni di distanza ora c’è chi si prende la briga di portare alla luce questi casi. Lui è Giampaolo Rossetti, 72 anni, ex impiegato in pensione. Ha presentato alla Libreria del Corso (in Corso San Gottardo) il suo ultimo giallo storico: «Notte, Nebbia e Naviglio - Delitti in Darsena» (Edizioni del Corso, 158 pagine), dedicato appunto alla «giovane bionda trovata a galleggiare». «È una storia vera - attacca -. Si chiamava Elvira, lavandaia. Con la sua amica Carmen entrò in una vicenda molto più grande di lei...». Faceva il «corriere» per un avvocato ebreo costretto a pagare una pericolosa organizzazione che gli forniva di sfroso permessi di lavoro ed espatrio. Era il 1937, le leggi razziali sarebbero arrivate presto. Le due donne, all’inizio inconsapevoli, scoprirono il gioco e cercarono di guadagnarci sopra. «Dalla vicenda le uniche invenzioni sono i nomi di chi cercò di occuparsi degli omicidi - racconta Rossetti -. Non li avevo, per il commissario ho scelto De Martino, e il brigadiere l’ho chiamato Di Donno». Non conclusero molto. Anzi, De Martino si trovò a un fatale bivio e in una Milano in cui nei rioni certe informazioni erano garantite dal vox popoli, la vicenda veniva ovattata dall’inverno.
Già, le nebbie. Erano il complice ideale per sistemare le cose: buttare un corpo nei Navigli, nascondersi, aggredire. «La mala era regina - spiega Giorgio Caprotti, medico e storico meneghino -, e i casi veramente misteriosi erano pochi, tanto da essere ancora nella memoria». C’era un’altra categoria di delitti: le uccisioni riguardavano le prostitute («strusonn denott», così dette le povere; le «orizzontali» quelle di classe) gli agguati erano fatti dai disperati con la botta «sul coo» (la testa, in milanese). La colpa veniva data alla «mano nera», in soldoni la mafia che faceva affari tra le case popolari della «casbah».
Era un pezzo di città anche povera, di malaffare in certi casi. In tanti si arrangiavano e si rifugiavano nelle bettole del Ticinese. Era una Milano che se vista dagli occhi di uno scrittore aveva mistero e fascino. Tante storie scritte, ma di quel romanticismo che cosa è rimasto? «Solo i ricordi di chi vuole rammentare», conclude Giampaolo Rossetti. Non si discosta lo scrittore Gianni Biondillo: «Navigli inflazionati, antiche atmosfere perdute. Ora ci sono le suggestioni delle luci, i locali, la sera dei divertimenti; un panorama lontano dal fascino romantico. E c’è anche il prezzo della modernità...». Per non pochi milanesi, con la morte nel cuore.