"Delitto e castigo", il dramma infinito del male

Un omicidio senza senso e la possibilità di un riscatto. La tragica figura di Raskolnikov pone gli stessi interrogativi sollevati dai più sanguinosi fatti di cronaca<br />

«Delitto e castigo» è un libro che ho sempre presente, «IL» mio libro. Ogni volta che devo raccontare un fatto di cronaca nera, la tragica figura di Raskolnikov mi si materializza. Il duo dramma, la sua morale astratta e ideologica si ripropone ogni volta che mi trovo di fronte a fatti inspiegabili, alla violenza gratuita che dilaga in tante pacifiche città. L’omicidio di Cogne, il padre di Padova che uccide la figlia, quello di Verona che stermina la famiglia… Lessi «Delitto e castigo» nel luglio 1982, a vent’anni, primo anno di università, in Val di Fassa, dove mio padre ci portava per un intero mese di vacanza. Fu il mio «romanzo della formazione». Don Luigi Giussani l’aveva consigliato agli studenti di Cl; acquistai un’edizione economica, quella dei «Grandi libri» della Garzanti in due volumi, copertina verde oliva con un quadro del Volga dipinto dal pittore russo Repin. Non avevo mai affrontato seicento pagine in corpo 8; proseguii per la curiosità, e per la fiducia in Giussani. Cominciai così una discesa nell’abisso del mistero dell’uomo che non è ancora finita, e non finirà. Mi sembrava di essere uno speleologo, ogni pagina un passo all’ingiù in una grotta senza fondo, affascinante e sconvolgente. Dostoevskij dipingeva il mistero del bene e del male, della colpa e della redenzione, con una forza che continua ad avvincere. La faccia butterata di Raskolnikov, il giovane che ammazza la padrona di casa e sua sorella, non mi ha più abbandonato. Dostoevskij raccontava così la genesi del romanzo: «Un giovane che ha dovuto abbandonare l’università, di origine piccolo borghese, molto povero, cedendo per leggerezza, per instabilità di concezioni, ad alcune idee astratte e stravaganti che sono nell’aria, decide di uscire dalla sua triste situazione. Decide di uccidere una vecchia che dà denaro a usura. E’ stupida, sorda, malata, avida, è cattiva e rovina la vita degli altri... Perché vive? A cosa serve? Tali questioni portano fuori strada il giovane». Domande che si dilatano nei grandi monologhi di Raskolnikov, nelle descrizioni di San Pietroburgo, nell’approfondimento di quella che si dovrebbe chiamare «questione morale», se l’espressione avesse ancora un valore. Per Raskolnikov c’è una speranza, l’incontro inaspettato con una prostituta che lo ama e lo seguirà nella colonia penale in Siberia. E per gli assassini veri, c’è salvezza? E per noi, che non ammazziamo le mosche ma le speranze?

Fëdor M. Dostoevskij
Delitto e castigo
I grandi libri Garzanti, sesta edizione 1981 (stefano.filippi@ilgiornale.it)