Delitto e castigo per il Raskol'nikov cinese

Daniele Abbiati

Minimalista già dal nome, almeno per noi occidentali, A Yi è un cinese rosso-noir. Ma questa volta non si tratta del fantomatico «socio cinese» del Milan (anche se pare ami il calcio...), né le sue preferenze letterarie vanno a Carver ed epigoni, bensì a Faulkner e Dostoevskij. Minimalista ma non immaginifico, A Yi ciò di cui scrive, cioè delitti, prevalentemente, con i castighi che ne seguono, lo conosce bene, essendo stato in polizia per qualche anno. Poi ha cambiato strada, e indirizzo, dandosi prima al giornalismo con rubriche qua e là, quindi al romanzo. Ci voleva un editore specializzato in autori orientali come Metropoli d'Asia per portare finalmente in Italia questo quarantenne flâneur del crimine, pigro, nihilista e decisamente pulp con le sue fiction.

E adesso? è la storia splatter-esistenziale di Su, un diciottenne che dalla campagna è giunto in città, ospite (indesiderato) della zia perché laggiù la madre vedova e malata non ha i mezzi per pagargli gli studi. A scuola in qualche modo se la cava. I problemi sorgono lontano dai banchi, dove la noia regna sovrana: masturbazione fisica e mentale e poco altro. Il ragazzo si vede, fra quaranta, cinquant'anni, come il vecchio vicino di casa He, solo come (e con) un cane, e l'immagine riflessa in quello specchio rivolto al futuro lo atterrisce. Così, raccattato un congruo gruzzolo di yuan vendendo a un ricettatore un Buddha rubato all'insensibile zietta, medita la fuga. Per dove non si sa, forse da una cugina che allora, gli pare un secolo fa, era tanto bella e dolce. Ma siccome la fuga a freddo non avrebbe senso, lui decide di darglielo, massacrando senza motivo a coltellate la compagna di classe Kong Je e infilandola nella lavatrice.

E adesso? E adesso Su ha finalmente un compito da svolgere, nel ciclopico ingranaggio della Repubblica Popolare Cinese. Perso tra la folla che attende i treni, che si muove per le strade come un fiume melmoso, che ne ignora la missione, il giovane vede la propria faccia sull'ordine di arresto affisso a una bacheca degli avvisi. E quasi se ne compiace. È un topo che sta giocando con il gatto della Giustizia, invertendo i ruoli che conducono alla palingenesi della condanna, correndole incontro. Secco, essenziale, scabro, il passo di A Yi ci conduce dal foro interiore del suo antieroe a quello esteriore, burocratico, grottesco e ipocrita, popolato da procuratori, avvocati, giudici. E ci presenta un Raskol'nikov senza redenzione, creatura e vittima del nulla.