Delitto finanziario e vogliono la fiducia

È ormai chiaro a tutti lo stato di totale confusione mentale presente, e più volte segnalato, all’interno del Governo e tra questo e la sua maggioranza. Il sottosegretario all’Economia, Sartor, in occasione della discussione sul Dpef, impegna il Governo a perseguire il taglio del deficit pubblico attraverso il contenimento della spesa corrente primaria. I cosiddetti «coraggiosi» all’interno della maggioranza si dichiarano soddisfatti di tale dichiarazione e rinunciano a presentare un emendamento al Senato in tal senso. Al contrario, invece, nella risoluzione votata dalla maggioranza si intravede chiaramente la volontà di aumentare ulteriormente la tassazione. Dopo pochi giorni, la Camera dei deputati vota la sua risoluzione che dice cose diverse rispetto a quella approvata a Palazzo Madama. Per di più, a Montecitorio si fa addirittura esplicito riferimento all’uso delle riserve della Banca d’Italia. Ma l’utilizzo delle riserve, al di là del tema dell’autonomia dell’istituto di Via Nazionale, non può ovviamente che essere un’operazione una tantum e, qualora tali riserve dovessero eventualmente essere utilizzate, non possono che andare a finanziare spese di investimento e non sono certo un contenimento della spesa corrente primaria.
Su tutto questo si aggiunge il decreto sul cosiddetto «tesoretto» che verrà approvato oggi in Senato con un ennesimo voto di fiducia. Ma qui siamo addirittura in presenza di un vero e proprio «delitto finanziario», che vede come correi maggioranza e Governo. E come «persone a conoscenza dei fatti», i senatori di minoranza non possono tacere, non possono non spiegare le quattro prove del «delitto».
Prima prova. Nel testo del Dpef è riportata una tabella (pag. 31) in cui il Governo scrive che l’indebitamento netto tendenziale per il 2007 è pari al 2,1%. Nella stessa tabella, il Governo scrive che l’effetto del decreto-legge sull’indebitamento netto è pari allo 0,4%. Pertanto l’esecutivo pone per il 2007 un obiettivo, dopo il decreto, pari al 2,5%, fornendo la «controprova scritta in documento ufficiale» che i quasi 7 miliardi di maggiori spese sono totalmente finanziati con un pari aumento del disavanzo, contrariamente a quanto detta l’articolo 81 della Costituzione.
Seconda prova. Il comma 4 della legge finanziaria per il 2007 recita: «Le maggiori entrate tributarie che si realizzassero nel 2007 sono prioritariamente destinate a realizzare gli obiettivi di indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni. In quanto eccedenti rispetto a tali obiettivi, le eventuali maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione fiscale sono destinate, qualora permanenti, a riduzioni della pressione fiscale». Ebbene, questo decreto non riduce il deficit, anzi l’aumenta; non riduce la pressione fiscale, anzi l’aumenta; non riduce la spesa pubblica corrente anzi l’aumenta. Quindi, il decreto è incompatibile con il comma 4 della legge finanziaria del governo, che non risulta essere stata modificata.
Terza prova. Questo decreto aumenta la spesa utilizzando in parte le maggiori entrate nascoste a dicembre prima che queste siano state iscritte a bilancio. A tutt’oggi infatti le entrate delle pubbliche amministrazioni iscritte a bilancio sono ancora quelle di dicembre, cioè 703 miliardi di euro che diventeranno 715,4 miliardi solo dopo l’assestamento di bilancio che avverrà a settembre. Come si fa, quindi, ad approvare oggi una spesa di quasi 7 miliardi in più, quando ancora formalmente le entrate non sono state fatte emergere dal Governo?
Quarta prova. Quanto detto fin qui riguarda esclusivamente il 2007. In merito alle maggiori spese che il decreto determina sul 2008 e sul 2009, viene detto che la copertura è data «dai numeri scritti nel Dpef». Ma il Dpef non è una legge! E allora come si fa a dire che le maggiori spese indotte da questo decreto trovano copertura con i numeri - del tutto ballerini, come il governo ha dimostrato in questi otto mesi scritti nel Dpef, quando la legge di contabilità dice chiaramente che devono essere coperte con i numeri scritti nelle leggi dello Stato, e non nelle risoluzioni contraddittorie tra Governo e Parlamento e tra Senato e Camera.
Infine, il Governo ha scritto con grande chiarezza che per il 2008 si parte da un deficit tendenziale del 4% con l’obiettivo di giungere a un deficit programmatico del 2,2%. Ma non c’è alcuna indicazione certa su che cosa dovrà fare il Governo a settembre in merito a una palese manovra di correzione di 25 miliardi di euro. Ebbene, la si farà aumentando le tasse, tagliando la spesa o in quale altro modo?
Dietro lo scranno del Presidente del Senato c’è una frase di Vittorio Emanuele II scritta perché in quel tempo qualcuno ascoltò quel famoso «grido di dolore». Ebbene, mi rivolgo al Presidente della Repubblica, che ha controfirmato il decreto, e al presidente della Corte dei Conti, perché ascoltino almeno il «grido di stupore» con il quale nell’Aula del Senato avviene oggi un delitto finanziario contro la costituzione, contro le leggi, contro le regole contabili, contro gli organismi internazionali e contro le autorevoli chiare indicazioni del governatore Draghi, nonché contro il buon senso.
Mario Baldassarri
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