Delitto Gucci, la moglie libera per un giorno

L’avvocato della donna spera nella revisione del processo

Stefano Zurlo

da Milano

Finalmente, a casa. Per poche ore. Dalle 9 del mattino alle 7 della sera. Il primo sabato d’autunno porta a Patrizia Reggiani un regalo inatteso: la prima volta fuori dal carcere e il ritorno nell’abitazione di corso Venezia, nel cuore di Milano, dove da quasi nove anni l’attendono le figlie Allegra e Alessandra Gucci.
Patrizia Reggiani fu arrestata infatti il 31 gennaio 1997 con un’accusa pesantissima: aver commmissionato l’omicidio dell’ex marito Maurizio Gucci, assassinato a colpi di pistola due anni e mezzo prima. Da allora la donna non ha più lasciato la cella e attualmente sta scontando una condanna definitiva a 26 anni di carcere. Per i giudici non ci sono dubbi: accecata dall’odio per l’uomo da cui aveva appena divorziato e bramosa di mettere le mani sulle sue favolose ricchezze, la Reggiani ordinò la morte dell’ex consorte, erede della grande casa di moda. La donna è rinchiusa a San Vittore, e le sue condizioni di salute sono peggiorate nel tempo: mal di testa, crisi epilettiche, svenimenti. In termini medici il suo malessere ha un nome chiaro: sindrome del lobo frontale, conseguenza di un delicato intervento chirurgico alla testa per rimuovere un tumore nel 1992. E proprio il gioco delle date ha dato il via ad una nuova, lunghissima battaglia da parte dell’avvocato Danilo Buongiorno. Buongiorno ha chiesto la riapertura del caso, sostenendo che la malattia, anteriore al delitto, aveva intaccato la capacità di intendere e di volere della donna nel momento in cui il crimine maturò.
La querelle è ancora in corso e l’istanza di revisione è ferma in Cassazione, dopo l’ennesima bocciatura, ma ecco che per la prima volta un segnale di distensione arriva dal tribunale di sorveglianza di Milano. Il giudice Roberta Cossia ha deciso di concedere il permesso alla Reggiani, personaggio ingombrante per la sua notorietà, dandole la chance di riunirsi, sia pure per poche ore, alle figlie e all’anziana madre Silvana Barbieri che tuttora giurano sulla sua innocenza.
Dopo quasi nove anni di braccio di ferro, la Cossia ha riconosciuto i passi in avanti compiuti dalla detenuta: la Reggiani non ha mai ammesso la propria colpevolezza, ma in qualche nodo ha invece metabolizzato e accettato la sua situazione di carcerata, condannata a una lunga pena per un reato così grave. Un «atteggiamento collaborativo di messa in gioco» che ha convinto il giudice: il permesso potrebbe essere il primo di una serie e nel tempo la donna potrebbe guadagnarsi spazi sempre più consistenti di libertà, sfruttando le norme dell’ordinamento penitenziario.
Parallelamente Buongiorno proverà a riaprire in Cassazione la partita della revisione: prima Brescia e poi Venezia non hanno ritenuto prove nuove i certificati medici e i sofisticati esami compiuti da specialisti che pure documentano i guasti compiuti dalla malattia sul funzionamento del cervello. Questi elementi, se accolti, potrebbero far rileggere retrospettivamente tutta la storia con occhi diversi: la Reggiani potrebbe risultare non imputabile e dunque la sua condanna potrebbe essere cancellata. In verità, Buongiorno aveva provato a percorrere anche un’altra strada, più soft: spingere i giudici di sorveglianza a concedere alla donna un trattamento meno rigido, la detenzione domiciliare nel lussuoso appartamento di corso Venezia, in alternativa al carcere. Anche questo tentativo è fallito. E Allegra Gucci ripete: «Mia madre ha pagato per il cognome che porta».
Ora però il Tribunale di sorveglianza apre uno spiraglio e all’età di 57 anni la Reggiani può timidamente cominciare ad immaginare un futuro.