Delitto Hariri, svolta nell’inchiesta L’Onu ora vuole interrogare Assad

Gian Micalessin

Colpito. Forse quasi affondato. Non si scherza più. Ora il mastino Detlev Mehlis, il procuratore tedesco alla guida della commissione d'inchiesta dell'Onu sull'omicidio dell'ex premier libanese Rafik Hariri, è pronto all'affondo finale. Pronto a inchiodare al muro anche il presidente siriano Bashar Assad. Vuole vederlo, sentirlo, interrogarlo. Pur di farlo ha già inviato una seconda richiesta ufficiale alle autorità di Damasco pretendendo un colloquio investigativo con il presidente ed il suo fidato ministro degli Esteri Faruq Shara. «Abbiamo chiesto di intervistare Assad, Shara e altri. Attendiamo una risposta», ha annunciato Nasrat Hassan, portavoce della commissione. Da Damasco la risposta è sintetica: il presidente non intende rispondere ad alcuna convocazione.
Bashar Assad è da sempre la vera preda, il grande sospettato. Mehlis, il cui mandato a capo commissione è ormai scaduto, gli sta alle calcagna da quando ha in mano l'indagine. Da quando apprese il resoconto del drammatico incontro svoltosi a Damasco il 26 agosto 2004. Quel giorno Assad convocò Rafik Hariri, lo accusò di manovrare per impedire il prolungamento del mandato di Emile Lahoud, il presidente libanese protetto da Damasco. Pronunciò la sentenza che lo spaventato Hariri riferì ai suoi più stretti collaboratori. «Tu vuoi un nuovo presidente per il Libano, io non lo permetterò. Farò a pezzi chiunque tenti di ribaltare le nostre decisioni». Ma fino ad oggi tutte le testimonianze in mano a Mehlis provenivano dalla cerchia degli amici di Hariri. Mancavano conferme indipendenti uscite dall’interno del regime siriano. A regalargliela è stato Abdul-Halim Khaddam l'ex vice presidente siriano dimessosi lo scorso giugno dopo esser arrivato ai ferri corti con Bashar. Intervistato da Al Arabya, dal suo esilio parigino ha confermato quella minaccia e ha aggiunto che nessuno all'interno del regime avrebbe potuto pianificare l'uccisione di Hariri senza l'autorizzazione del presidente. «Bashar mi disse che in Siria c'erano persone coinvolte e questo significava che lui stesso era coinvolto», ha rivelato Khaddam.
La reazione di Damasco non si è fatta attendere. Il partito Baath l'ha espulso accusandolo di alto tradimento. Il Parlamento ha chiesto di processarlo per la stessa accusa. Per la televisione di regime, Khaddam si è unito alla «ben conosciuta lista di falsi testimoni contro la Siria». Ma la discesa in campo dell'ex vice presidente sunnita è molto di più di una semplice accusa. Khaddam è l'uomo su cui Hafez Assad, padre di Bashar, contava per tenere a bada la maggioranza sunnita del Paese, mantenere i contatti con l'Arabia Saudita ed esercitare il pieno controllo politico sul Libano. Era buon amico di Hariri e molto vicino al generale Ghazi Kenaan, il ministro degli Interni suicidatosi in circostanze oscure lo scorso 12 ottobre. Kenaan prima di diventare ministro degli Interni era stato per vent'anni capo dell'intelligence militare in Libano. Dopo la morte di Hafez, il vicepresidente Khaddam e il generale Kenaan erano entrati in rotta di collisione con Bashar e con il fratello Mahir Assad, comandante della Guardia Repubblicana. Ma i loro grandi nemici erano soprattutto Assif Shawkat, il genero di Bashar capo dell'intelligence militare siriana, e Rustum Gheezale, il generale succeduto a Keenan alla guida dell'intelligence in Libano.
In questo contesto le ammissioni di Khaddam non sembrano solo la vendetta di un vice presidente estromesso. Per molti osservatori l'intervista ad Al Arabya rappresenta la dichiarazione di guerra dall'esilio. Forse più insidiosa delle indagini dell'Onu. La dinastia saudita protettrice degli interessi sunniti e grande amica degli Hariri ha già abbandonato Damasco. In queste condizioni l'alawita Bashar, esponente di un'esigua minoranza, rischia di non avere un grande futuro. La scontenta maggioranza sunnita potrebbe approfittarne per saldare i conti e decretare la fine del regime prima ancora che la commissione dell'Onu abbia emesso il suo verdetto.