Dal delitto Matteotti a «Csi»: come lavora la polizia scientifica

Vi piacciono i «Ris»? Andate matti per le ultime puntate di «Csi»? Non vi perdete un episodio di «Cold case»? Allora tra i primi appuntamenti che dovete seguire al Festival della Scienza c’è quello all’ex Chiesa di Sant’Agostino, nella zona di Sarzano, dove potrete conoscere i segreti della nostra polizia scientifica. E curiosare tra le prime ricostruzioni storiche in 3D di una scena del delitto, capire quali siano i misteri delle impronte digitali, imparare come si ricava un frammento di dna e conoscere le ultime frontiere delle indagini scientifiche. Le installazioni sono degne della regia di un telefilm di successo: merito degli uomini del gabinetto regionale di Polizia scientifica, e del loro dirigente Davide Balbi, che hanno ricostruito la storia delle investigazioni scientifiche dalle origini ai nostri giorni e oltre. A partire dalle geniali intuizioni del professor Salvatore Ottolenghi che nel 1902 costituì in Italia la prima scuola di polizia scientifica che formava il personale a investigare cominciando a eseguire le prime identificazioni delle persone grazie alle impronte digitali e alla costituzione di una prima rudimentale banca dati. Da allora ad oggi tanta strada è stata compiuta, anche affiancando tra loro varie discipline scientifiche. Oggi si studiano gli insetti e le loro larve che possono essere ritrovate talvolta su alcuni cadaveri: in base alla loro natura si può per esempio comprendere se l’assassino abbia agito in quel punto, o se la vittima sia stata uccisa da un’altra parte. Stupirà non poco sapere che il primo caso di assassino inchiodato attraverso un insetto risale al 1247 in Cina, quando in un campo di riso fu trovato il cadavere di un lavorante ucciso a colpi d’ascia. Ebbene il soldato incaricato di risolvere il caso durante l’immediato sopralluogo fece posare a terra a tutti i contadini le proprie asce. Dopo poco, complice anche la calura della giornata, le mosche cominciarono a posarsi su una sola ascia attirate da impercettibili gocce di sangue: il colpevole potè solo confessare.
Ma non è tutto. Il campo di ricerca della polizia scientifica continua ad ampliarsi con il progredire della scienza stessa, alla ricerca di metodi che lascino sempre meno margine all’errore. «Le macchine servono ma il ruolo dell’uomo, dell’investigatore, è fondamentale - spiega il dirigente Davide Balbi -Per esempio nelle comparazioni balistiche, dove non esiste ancora uno strumento che possa del tutto comparare automaticamente due proiettili». La forza degli indizi che supportano le indagini può determinare - lo sanno bene coloro che seguono i processi di cronaca nera -la riuscita finale dell’inchiesta. Per questo motivo oggi si usa sempre meno per esempio il «guanto di paraffina», per scoprire se una persona abbia o meno sparato, visto che creava molti falsi positivi: oggi si adottano sistemi di fluorescenza su campioni analizzati con il microscopio elettronico. Nell’esposizione sono poi analizzati due casi famosissimi di omicidi che oggi potrebbero essere trattati con mezzi moderni: il delitto Matteotti e il caso Kennedy. «Il primo fu risolto già all’epoca grazie alle impronte digitali - spiega Balbi - ma oggi saremmo in grado di dire chi agì e in quale sequenza, attribuendo le azioni ai singoli, cosa che allora non fu possibile». Il caso Kennedy poi, con il giallo della «pallottola magica», è tutto da riscoprire. E mentre oggi vediamo le ricostruzioni delle scene del crimine al computer vale la pena di ammirare un pezzo storico: la ricostruzione in scala della casa di un agricoltore di Trieste ucciso nel 1958. Un delitto efferato, come molti di quelli dei nostri giorni.