Delitto nell’isola senza crimini Non accadeva da cent’anni

Cent’anni di innocenza sono già troppi, a ben guardare. Non li troverete descritti in nessun romanzo, nemmeno nella Bibbia, e per una ragione molto semplice: a pagina cinquanta il lettore schianterebbe di noia. Troppa innocenza non sta nell’ordine delle cose umane. Troppa innocenza chiama sangue. E dev’essere andata così anche a Ouessant, un’isola al largo delle coste bretoni.
Si tratta di un luogo molto particolare. Da oltre un secolo, infatti, non vi accadeva nessun crimine di nessun genere. Né un furtarello di bicicletta né un omicidio, né una rissa tra marinai né un abbordo pesante uomo-donna. I gendarmi della polizia francese vi sbarcavano solo d’estate, per dare un’occhiata veloce. O più probabilmente per prendere il sole. Edgar Allan Poe vi sarebbe presto diventato nevrastenico (d’accordo, era predisposto), Raymond Chandler sarebbe annegato nell’alcol senza scrivere una sola parola delle sue malinconiche detective stories, Dashiell Hammett avrebbe preso a cazzotti gli alberi per via dell’accidia. E c’è da paventare che George Bernanos vi sarebbe diventato ateo (e ad ogni modo non avrebbe mai scritto il suo eccellente «Un crimine»). Ingmar Bergman, poi, non vi avrebbe cavato un solo fotogramma, da Ouessant. Lo sappiamo: niente crimine, niente arte.
Tuttavia occorre dirlo: in questa placidità persino amorale, fino al 18 ottobre scorso, i 900 abitanti di Ouessant vivevano molto felici. Dalle spiagge dell’isola guardavano ogni giorno le navi attraversare avanti e indietro nel canale della Manica (da cui passano più di 50mila imbarcazioni l’anno e di cui Ouessant, per convenzione e posizione, segna il limite geografico occidentale). Poi, dopo questo sguardo agli unici segnali di esistenza di un mondo al di là del mare, gli abitanti di Ouessant si prendevano amorevolmente cura dei cinque suggestivi fari che segnalano ai naviganti i quindici chilometri quadrati dell’isola e che sono altresì una forte attrazione turistica (alcuni sono vecchi di quattro secoli). Nel 1982, forse unica grossa novità degli ultimi decenni, è stato costruito anche un radar per sorvegliare il traffico marittimo. Ogni giorno c’era chi si recava alla piccola scuola, chi alla piccola chiesa, chi al piccolo porto, chi al piccolo bar. Il traghetto con il continente portava agli isolani, ogni ventiquattro ore, provviste alimentari, qualche turista e qualche quotidiano, e leggendo di ciò che accadeva nel mondo – tutto il nostro sangue, per intenderci – probabilmente gli indigeni di Ouessant sorridevano soddisfatti della loro pace.
Poi, tredici giorni fa, è sbarcato sull’isola quello che gli abitanti devono aver interpretato come il Leviatano, l’Armageddon, la fine di tutto un mondo. È accaduto, cioè, un omicidio in piena regola. Il pensionato sessantenne Luis è stato picchiato a morte nel suo appartamento da uno dei suoi migliori amici e dal figlio di quest’ultimo. Il movente sarebbero vecchi debiti mescolati a vecchi rancori. «Da quel giorno – ha dichiarato il sindaco Denis Palluel – tutta l’isola è completamente sotto shock. La nostra reputazione si basava sulla nostra qualità della vita e sulla nostra tranquillità». E per inciso, come sovente capita da quelle parti, Ouessant non è nemmeno un paradiso fiscale. Viveva davvero del suo clima disteso, scevro da ogni fattaccio deprecabile. I turisti vi si fermavano qualche giorno, nei pochi hotel e meublés a disposizione, per ammirare la natura selvaggia, andare a cavallo, fare qualche gita in barca. Ora, lavoratori e pensionati locali sono tutti su di giri, inquieti, anche perché, lo si sa, sangue chiama sangue, e non è osservazione metafisica ma piuttosto concreta. Vedremo come finirà. Ci terremo informati. Intanto Ouessant, che insieme a Giappone, Islanda, Irlanda, Danimarca, era tra i paesi conosciuti per il tasso di omicidi molto basso o del tutto inesistente, ha fatto notizia. Fosse capitato a New York, non l’avreste mai letta.