Delitto di Omegna, la scientifica «assolve» la figlia

Non c’è sangue sul coltello ritenuto l’arma del delitto. Lo rivela un nuovo test, successivo al Luminol. I legali della giovane chiedono la scarcerazione

Nadia Muratore

da Omegna (Verbania)

Il Luminol l'aveva accusata, il Combur-test la scagiona. Colpo di scena nell'inchiesta sull'uccisione di Silvia Drogna, 40 anni, la donna di Omegna uccisa con dodici coltellate e per la quale sono stati accusati il marito Antonio Sidoti, muratore con problemi psichici, e la figlia sedicenne Vincenza.
L'impianto accusatorio che ha portato la ragazzina in carcere sembra però vacillare: non esistono tracce di sangue sul coltello che, secondo l'accusa, lei avrebbe utilizzato per sferrare i fendenti sul corpo della madre, così come non esistono tracce ematiche sullo strofinaccio, né sul lavabo e lungo il sifone. A riferirlo è il perito di parte, Andrea Piccinini dell'istituto di medicina legale dell'Università di Milano, che ha letto in anteprima i risultati delle analisi effettuate nei giorni scorsi dal Ris di Parma nell'abitazione della famiglia Sidoti.
Quello del Luminol sarebbe stato un «falso positivo», poi smentito con l'ulteriore prova del Combur-test. Le macchie di sangue rilevate subito dopo il delitto costituivano uno dei pilastri portanti dell'accusa nei confronti della sedicenne, che si è sempre dichiarata innocente, così come ha sempre sostenuto di non saper dare un nome all'assassino della madre.
Gli avvocati Cristina Gulisano e Stefano Zoia hanno avanzato un'ulteriore richiesta di un'immediata scarcerazione della loro cliente.
«Le prove danno ragione a Vincenza - ha sostenuto l'avvocato Gulisano che ha sempre respinto ogni addebito nei confronti della giovanissima cliente. Lei vivendo questi giorni in carcere come una vera ingiustizia. Inoltre - ha concluso - non esiste la possibilità di fuga o di alterazione delle prove». Quando la minore ha avuto la buona notizia dai suoi legali, ha reagito in maniera distaccata, come pare sia tipico del suo carattere. Dai risultati delle analisi dei Ris, inoltre, non risulterebbe che i fendenti rilevati sul corpo della vittima siano stati inferti da due mani diverse, da due differenti capacità fisiche, come invece ha sostenuto l’accusa.
Nei prossimi giorni, i Ris eseguiranno delle analisi anche su altri reperti sequestrati nella casa dell'omicidio, ossia gli indumenti indossati da Vincenza e da suo padre nella notte dell'orrore. Anche Antonio Sidoti, dal carcere di Verbania, continua a professarsi innocente. Dagli interrogatori dei due figli più piccoli dei Sidoti, avvenuti nei giorni scorsi alla presenza di uno psicologo, emergono diversi particolari che confermano il forte legame tra padre e figlia (un legame secondo qualcuno torbido) e la loro avversione a una madre considerata un'intrusa nel loro rapporto idilliaco.