Delitto Pisnoli, un’esecuzione in «stile Magliana»

Una trappola mortale. Massimo Pisnoli, il suocero del calciatore della A.S. Roma e della nazionale Daniele De Rossi, è stato «portato a dama» con una scusa e ucciso con un colpo di fucile in pieno volto. Un incontro fatale, stabilito per organizzare un rapina come quella che la vittima aveva compiuto il 31 luglio scorso alla Banca di Credito Cooperativo al Divino Amore assieme a F.A., un trentenne incensurato arrestato il 6 settembre scorso.
A confessare il delitto scoperto nei pressi della stazione di Campoleone, una frazione a pochi chilometri da Aprilia, Gabriele Piras, 48 anni, e Giuseppe Arena, 40 anni. Due personaggi noti alle forze dell’ordine e alle patrie galere, per rapina, armi e droga. Il movente dell’esecuzione? Pisnoli non avrebbe mantenuto i patti, ovvero dividere il bottino di 9600 euro con i due, incaricati di coprire la fuga. La sera del 7 agosto la vendetta: un primo colpo di lupara ferisce il suocero di De Rossi alle spalle, il secondo a distanza ravvicinata centra la bocca e fuoriesce dalla regione occipitale. Modalità che sin dall’inizio fanno pensare a un delitto di stampo mafioso e che ricordano le esecuzioni della banda della Magliana. Un «trattamento» in genere riservato dalla mala agli «infami» e alle spie.
Un’indagine delicata quella passata di competenza dai carabinieri della provincia di Latina alla Direzione antimafia della capitale e coordinata dal procuratore della Dia Giancarlo Capaldo e dal sostituto procuratore Carlo Lasperanza. A scoprire l’11 agosto il cadavere a pochi metri dal parcheggio della stazione ferroviaria di Campoleone, su una strada sterrata, un pendolare. Il corpo, in avanzato stato di decomposizione per il gran caldo, resta tre giorni senza nome. Poi alcuni elementi lo collegano alla scomparsa di una settimana prima di Pisnoli dal suo appartamento al quartiere Trullo. A denunciare la misteriosa sparizione le due figlie dell’uomo fra cui Tamara, moglie del calciatore della nazionale. «Le indagini si sono concentrate in una prima fase sulla vittima - spiegano i carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci -, mettendola in relazione alla rapina effettuata a luglio. Arrivando al complice, il trentenne senza precedenti penali, si è passati poi all’ambiente criminale in cui ruotano i due personaggi, uno di origini sarde, l’altro palermitano». Da stabilire se Pisnoli fosse stato condannato a morte prima o dopo la rapina e se per motivi legati alla stessa. «È stato attirato in un tranello - spiega il maggiore Lorenzo Sabatino -. I killer lo avrebbero prelevato a Roma e portato ad Aprilia con uno stratagemma». Il movente, secondo gli inquirenti «rientra nel degrado sociale in cui vivevano questi soggetti». Dopo il fermo del giovane, dunque, gli inquirenti stringono il cerchio sul resto della banda e arrivano ai due pluripregiudicati. Pedinamenti, intercettazioni e inseguimenti mozzafiato alla fine permettono l'arresto di Piras e Arena, bloccati lunedì in una strada della capitale. Nella loro auto due etti e mezzo di cocaina. Ma è in un garage scoperto in via della Pisana che i militari sequestrano un vero e proprio arsenale: tre fucili di cui un Kalashnikov di fabbricazione cinese, uno a canne mozze calibro 12 (l’arma del delitto) e uno a pompa, cinque pistole (due semiautomatiche e tre revolver), un silenziatore, due detonatori, una miccia detonante, 60 grammi di esplosivo al plastico, carte d’identità false e in bianco, uniformi e distintivi da guardia giurata di dubbia provenienza.
Manca solo la confessione, resa in parte dopo due giorni di interrogatorio. Pisnoli, 48 anni, era sfuggito in passato a un altro agguato. Di lui restano le immagini inserite sul web in occasione del matrimonio della figlia con il campione di calcio.