Il delitto è quasi perfetto se il killer indossa la gonna

Donne assassine per non pagare l’affitto o perché il marito sogna il lieto fine alla «pretty woman» Scene da incubo tra corpi in valigia e neonati nel freezer

A volte la cronaca nera si tinge di rosa. Non mancano neppure a Genova storie di donne assassine. Il numero di omicidi al femminile nella Genova del Novecento è esiguo e la maggioranza delle protagoniste non sono oriunde genovesi ma provenienti da altre zone: la spiegazione potrebbe risiedere proprio nel carattere dei genovesi, notoriamente riservato e controllato anche nelle più travolgenti passioni e nelle più gravi vicissitudini.
Celeste Genova
La vicenda più truculenta risale al novembre 1945 e fu l’omicidio della padrona di casa attuato dalla «gelida Linda» (al secolo, Celeste Genova). La vittima si chiamava Itala Vannini, abitava in via Rivale 3. Verso fine novembre 1945 un cadavere di sesso femminile venne ritrovato fatto a pezzi e distribuito in due valigie giacenti da qualche giorno presso il bagagliaio della stazione di Chiavari. La vittima era di corporatura minuta, altezza circa 1.50: i colli pesavano complessivamente 52 chili e vennero depositati in quel luogo il 24 novembre da una tizia bruna, di circa 40 anni, vestita con un soprabito verde scuro. La donna avrebbe poi chiesto informazioni sulla partenza dei treni per La Spezia ma quella linea non era agibile causa l’abbattimento del ponte sull’Entella. Probabilmente, se avesse potuto viaggiare, si sarebbe disfatta in modo diverso di quel carico e così da evitare i futuribili pericoli di riconoscimento che, invece, non avrebbero tardato a presentarsi. Suo malgrado, quindi, fu costretta a cambiare programma ed abbandonare le valigie in stazione.
In breve, l’odore nauseabondo proveniente da queste destò allarme: se ne recuperò il contenuto e dalla più piccola uscirono testa e gambe della vittima, l’altra conteneva il resto del corpo. In fase identificativa, gli inquirenti partirono dall’esame della forma della bocca, di un orecchio ben conservato e dell’incavo dell’orecchio destro e procedettero con la consultazione di centinaia di foto di carte di identità relative a donne sino allora scomparse. Un fortunato confronto tra quei resti e la carta di identità condusse a Itala Vannini, vedova, la cui scomparsa era stata recentemente denunciata. Ricerche svolte nella sua abitazione non rivelarono nulla di anomalo. L’affittuaria della vittima si chiamava Celeste Genova - classe 1904 -, nata a La Spezia e già coniugata con Giovanni Rossi nonché madre di due figli. Risultò pregiudicata. Aveva dei parenti a Lavagna e comunque, in città, frequentava malavita e non conduceva un’esistenza irreprensibile.
Subito inquisita, continuò a mantenere un atteggiamento cinico e freddo. Raccontò che la padrona di casa le aveva confidato di un suo futuro viaggio per Ventimiglia e che, anzi, la attendeva per pagare la pigione. Messa a confronto, venne però riconosciuta dai facchini della stazione di Chiavari: infine, sempre lucida e distaccata, a fronte delle evidenze incalzanti, confessò che era stata lei a strangolare la padrona di casa nel corso «di una lite per l’affitto». Circa il resto del delitto, proseguì con racconti confusi e controversi, accusando amici e conoscenti per i quali non si raggiunse mai alcuna prova di colpevolezza. Escludendo gelosie impossibili, è ritenibile che il vero movente del crimine fosse da ricercare in una spropositata reazione della Genova alla scoperta delle sue vere attività da parte della vittima: indubbiamente ci fu una lite, seguì la reazione omicida.
Ma c’era da far sparire il cadavere. Nulla toglie che la «gelida Linda», sul modello della Cianciulli, avesse potuto sezionare la vittima da sola: possedeva, infatti, la necessaria calcolata freddezza. Potrebbe essere anche avvenuto che, di contro, si fosse fatta aiutare da altri ed il fatto che nell’appartamento non fosse stata rinvenuta alcuna traccia di sangue porterebbe a supporre che l’opera di macelleria venne svolta altrove. Curiosa ed astuta fu la scelta del mezzo di trasporto delle valigie scelto dall’assassina: venne utilizzata un’ambulanza militare guidata da amici - la vettura 974 della Cri Polizia in dotazione al padiglione 13 di S. Martino -. A quegli amici, risultati ignari, la Linda raccontò che doveva trasportare via una certa quantità di olio e non si fidava dei treni perché in quell’epoca troppo soggetti a controlli.
Celeste Genova verrà condannata a 30 anni di reclusione.
Corinna Grisolia, detta «Cora»
Trent’anni di reclusione toccarono anche a Corinna Grisolia, infelicemente sposa poiché prostituta per vocazione, nata a Buenos Aires. Arrestata dalla squadra mobile di Genova per uxoricidio nel febbraio del 1944, risulta essere stata «liberata dai patrioti» nel carcere di Marassi il 24 aprile 1945. Ripescata a Milano in compagnia del noto plurigiudicaro Barbaro detto «Rocambole» fu finalmente processata nella Genova degli anni ’50. Nel suo deviante repertorio, oltreché alla morte del figlio piccolo per sua noncuranza, si propose e riuscì nell’uccisione di Clemente Mazzarello, facoltoso gioielliere di Genova, suo marito. Marito «vocato» alla già prostituta che da tempo frequentava come cliente: la voleva recuperare, la voleva tutta sua. «Cora» era una degenerata, un’isterica, non intelligente ma astuta: agì quando ritenne che un’eventuale morte dell’incomodo coniuge, fatta passare per azione di fatiscenti rapinatori, avrebbe potuto assicurarle un futuro ricco e completamente libero.
Il 14 febbraio 1944, nella cucina della loro abitazione di via Morgantini 20, lo assalì con tutta la sua ferocia e gli piantò in corpo almeno una quarantina di coltellate. Successivamente attuò la sceneggiata: si legò, si tappò la bocca con degli stracci, non si ferì minimamente. Questa fu la scena che si parò davanti ai primi intervenuti dopo aver sentito un eccessivo trambusto provenire da quell’abitazione. Corinna, interrogata in ospedale, narrò di una «spedizione» di delinquenti contro il marito. La polizia dalle prime indagini accertò il clima infuocato della famiglia, scavò nelle vicende della donna che erano comunque ormai di pubblico dominio, per la fantomatica tentata rapina con il morto non sfuggì che i lacci legavano «Cora» si presentavano abbastanza allentati e tanto da far supporre una simulazione. Qualche tempo dopo e pur in mezzo alle indagini, la nostra confiderà ad una conoscente di essersi finalmente liberata del Mazzarello per poter ricominciare una vita tra ricchezza ed amanti. Sbagliò: troppo indizi, diverse confidenze, compresa quella fatta all’amica, troppi errori e così Corinna Grisolia fu arrestata. Nel processo tentò di confondere le acque, tirò fuori nomi di amanti addebitando loro l’omicidio, addirittura scomodò amanti risultati deceduti prima del fatto. Il processo si risolse in una scena penosa di una tigre in gabbia: una tigre che, dopo qualche mese di galera, apparve irrimediabilmente dismessa e fisicamente distrutta.
Una triste curiosità
Anche Rina Fort, la «Belva di San Gregorio» di Milano (1946) in epoca non sospetta capitò a Genova ed era riuscita ad imbarcarsi clandestina sul vapore Vulcania in partenza per l’America. Era reduce da una avvilente storia avuta con l’amante, certo Giuseppe Ricciardi e se ne voleva fuggire altrove per dimenticare e rifarsi una nuova vita. Tallonata dall’uomo, venne scoperto il suo imbarco irregolare e gli venne restituita. Se fosse invece riuscita ad espatriare non avrebbe un giorno reagito ammazzando tutta la famiglia Ricciardi.
Nunziata Tallone
Nella Genova del 1988 Nunziata Tallone riuscì ad entrare a pieno titolo nell’elenco delle infanticide nazionali. Nata a Riesi - classe 1942 - tenne nascosto nel freezer per circa tre mesi il corpicino della figlia del peccato. Una gravidanza nascosta, un parto fai da te, il terrore di un marito geloso e prepotente: il tutto in un contesto povero e degradato ovvero quello di via Giro del Vento, all’ultimo piano dello stesso caseggiato ove abitava Maurizio Minghella. Fu infanticidio? Probabilmente sì e la bimba morì per assenze di cure di cui subito occorreva ma che non poterono essere date dalla madre anche nella paura di essere scoperta. Allora la donna decise di fasciarla in carta stagnola e di conservarla in freezer: ogni tanto lo tirava fuori, coccolava il corpicino, lo fotografava. Alla fine, evidentemente scossa e piena di rimorso, decise di presentarsi al comando di polizia più vicino e gettò sulla scrivania sulla scrivania il macabro fardello dicendo: «L’ho lasciata morire perché l’ho avuta con un altro uomo». Nella sua follia, tuttavia, pur arrestata e condannata, non volle mai abbandonare la foto del corpicino morto: se lo tenne sempre al collo. Nunziata era una donna alta e robusta e terminò la pena il 14.06.1994.
Gli «Amanti Diabolici»
Cinzia Tani nel suo libro «Coppie Assassine» ha dimenticato un interessante caso genovese: il caso Rossi - Gabriella Giordano (gli «amanti diabolici» del 1980). Nell’abitazione di via S. Martino 41/5 spararono al marito di lei con un calibro 22, poi ne avvolsero il corpo in una coperta e lo trasportarono nella zona del monte Fasce per bruciarlo. Fu delitto di facile risoluzione e si concluse con l’ergastolo per lui e decine di anni di galera per lei, comunque uscita il 12.2.2001.
Nella cronaca genovese compaiono altri personaggi «minori»: certa Azzolina che organizzò il delitto del marito ed arrestata, dichiarò di sentirsi finalmente liberata di un uomo cattivo e violento. Abbiamo altri infanticidi, uxoricidi: cose ormai abbastanza diffuse e saremmo costretti a lunghe e fredde elencazioni prive di sensazionalità. Ricordiamo anche il delitto di Vico Casana - 1997 - attuato da Sonia Poggi per punire un cliente di troppe pretese: la stessa donna, all’epoca giustificata anche da seminfermità mentale, venne condannata a pena assai breve. Pochi giorni dopo, tuttavia, si è riproposta alle cronache per il tentato omicidio della madre che le negava i soldi per la dose. Ci siamo comunque accontentati e senza alcuna pretesa scientifica, di rivisitare i casi genovesi che più colpirono nel corso del Novecento.
* presidente Centro ricerca criminalistica